- La crisi della cinematografia italiana
Tax credit, autorialità ed immaginario. Da più di un decennio il cinema nazionale è caratterizzato da norme ambigue e poca creatività
La storia del cinema italiano è una storia grande. Essa è specchio di quella dell’intera settima arte dai primordi. Filoteo Alberini seguiva le orme dell’invenzione dei Lumière nel 1895, e praticamente in contemporanea sperimentava il nuovo mezzo – ai tempi definito cinematografo – inserendo la storia ed il teatro (in quegli anni si scriveva anche di un teatro animato, per descrivere l’immagine-movimento), oltre che elementi letterari, lirici o presi dalla realtà. Proprio “il cinema del reale” si era diffuso nella penisola già dalla nascita dell’arte sintetica. Si inquadrava la società, nello specifico i contesti popolari, gli usi ed i costumi delle classi meno agiate.
Tra gli altri, il cinema del reale – associato poi al documentario – aveva reso il cinematografo arte per la massa, iniziando quel processo che lo evolverà in cinema, completato in seguito dalle svariate invenzioni/evoluzioni tecnico-narrative. Poi il genere storico italiano, perché l’ambientazione di origine greco-romana aiutava la produzione di kolossal, che gli americani anelavano, e che hanno poi effettivamente realizzato, con risultati il più delle volte modesti.
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