Bon Jovi – come un Leader diventa Leggenda

Editoriale

Novembre 23, 2025

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La storia della tenacia di uno dei frontman più carismatici di tutti i tempi

È il 1990 quando la scena musicale e in particolare di quella rock, è in procinto di cambiare pelle, passando da un suono tipicamente eighties a quello più alternativo che ha contraddistinto il decennio a seguire. Nel frattempo, però, dopo un decennio trascorso a dominare le classifiche con i dischi “Slippery When Wet” e “New Jersey” – che negli anni arriveranno a superare i 50 milioni di copie vendute – i Bon Jovi raggiungono l’apice del successo.

Il New Jersey Syndicate Tour, una tournée lunga due anni, è considerata la più importante della loro carriera: 238 date in giro per il mondo – caratterizzate da performance sonore e coreografiche spettacolari – con la band messa a durissima prova, sia sul piano artistico che su quello emotivo.

Al culmine del tour, i Bon Jovi decidono di prendersi una lunga pausa dalle scene, ma per il suo frontman e leader John Francis Bongiovi, evidentemente non è ancora abbastanza.
L’anno successivo, nel 1991, pubblica da solista la canzone “Blaze Of Glory”, che funge da colonna sonora al film “Young Guns II”, per cui il cantautore italoamericano si presta come comparsa. Il brano gli vale il Golden Globe per la migliore canzone originale, divenendo il primo caso di una rockstar della storia in grado di vincere un Golden Globe di questa natura.
Nel frattempo, il co-fondatore, nonché storico chitarrista della band Richie Sambora, pubblica il suo debutto da solista “Stranger in This Town”, che ottiene un ottimo riscontro della critica che ne elogia sia il blues raffinato sia le qualità del chitarrista anche nei panni di vocalist.

Per un gruppo con due leader carismatici, quindi, passare dalla gloria alla fine improvvisa è spesso un rischio reale. D’altronde il rock ha da sempre abituato il suo appassionato pubblico a delusioni per via di dissidi, divergenze, litigi, o semplice mancanza di volontà di lavorare mettendo al centro una vera unione d’intenti. Queste dinamiche sono state in grado di inficiare (in alcuni casi di compromettere) il percorso artistico di band leggendarie: dai Pink Floyd ai Guns’N Roses, dai The Who ai Red Hot Chili Peppers, fino ad arrivare alle più recenti divergenze degli Oasis dei fratelli Gallagher.

Tornando ai Bon Jovi, lo stesso Sambora in un’intervista rilasciata a posteriori, ammise come la situazione col gruppo nei primi anni novanta, era estremamente positiva, ed era felice di far parte di una band di quel livello, ma che arrivati a quel punto non c’era quasi più nulla di cui scrivere: «eravamo tutti così stanchi e bruciati. Scrivevamo solo di essere in tour, di essere in una stanza d’albergo, di essere soli e di parlare al telefono con la tua ragazza. A loro manchi e a te manchi loro – era questo lo scopo delle nostre vite a quel tempo».
A tal proposito, Jon Bon Jovi, per suo dire, ammise anche delle difficoltà di natura coniugale che di per certo avrebbero potuto compromettere il proseguo di un’attività come band di portata globale.

In buona sostanza, la grande storia dei Bon Jovi sarebbe potuta finire già nel 1990: la vera svolta fu psicologica, prima ancora che imprenditoriale, e partì proprio dal suo frontman.
La rivista Ultimate Classic Rock conferma che Bon Jovi decide di chiedere l’aiuto di un mediatore esterno, in grado di non prendere posizioni di comodo verso un membro della band (compreso lo stesso Jon) ma di restare imparziale per arrivare in fondo ai profondi disaccordi della band: un gesto di incredibile umiltà per una rockstar alimentata da una leadership in grado di creare le condizioni per andare avanti insieme, a dispetto di un più impulsivo egocentrismo che avrebbe potuto indurlo a proseguire una carriera da solista o a “sequestrare artisticamente” il marchio Bon Jovi.

Nel 1992, il disco “Keep The Faith” continua a soddisfare fan e critica. L’interpretazione filo-cristiana, mai disdegnata dal gruppo – in linea con il loro essere Metal ma non troppo – non ha mai convinto del tutto gli integralisti del Metal, ma è stata travisata dal grande pubblico, poiché la canzone omonima parla effettivamente del bisogno della band di «credere l’uno nell’altro» e avere «fede in ciò che eravamo e in ciò che facevamo».

La storia dei Bon Jovi, quindi, riparte ancora con un forte senso di coesione, e prosegue con risultati incredibili: nel 1994 con il Greatest Hits “Cross Road”, pubblicano anche una delle power ballad più apprezzate e romantiche della storia della musica. Grazie ad “Always” i Bon Jovi conquistano definitivamente anche la new gen degli anni Novanta, per la quale Jon diviene nuovamente sex symbol. Quest’aura è spinta anche dal successivo e intimistico album “These Days”, che nel 1995 conquista in particolare l’Europa, con la rivista londinese Q magazine che lo accosta ai grandi lavori del rock britannico di Oasis, Radiohead, Blur, PJ Harvey.

Con l’avvicinarsi del nuovo millennio, la fame di successo e gloria di Bon Jovi e della sua band non svanisce, anzi aumenta esponenzialmente: con il supporto dei produttori Max Martin e dello storico produttore Desmond Child, arriva il disco “Crush” trascinato dal singolo “It’s My Life”. Con questa hit, gli ormai quarantenni ex ragazzi del New Jersey, decidono di rimettersi in gioco entrando definitivamente in sintonia anche con una nuova generazione di fan, scrivendo un inno generazionale in grado di leggere ed interpretare i sentimenti di una fanbase diversa, che mentre è alle prese con le primissime incognite del terzo millennio, pensa o sogna di navigare in internet e smercia i loro CD.

Dopo due ottimi album come “Bounce” e “Have a Nice Day”, nel 2004 la band pubblica una raccolta di demo e b-sides, in cui si esalta il suo enorme ego: “100.000.000 di fan dei Bon Jovi non possono sbagliarsi” è il titolo scelto per celebrare il ventesimo anniversario della band e il traguardo dei 100 milioni di dischi venduti in tutto il mondo.
Le incognite però sono sulla strada: dopo la pubblicazione del disco The Circle, nel 2013 il chitarrista Richie Sambora lascia il progetto per motivi familiari, dopo un periodo di riabilitazione per dipendenza di alcol e droghe.

Col trascorrere degli anni, il ritorno di Sambora nel gruppo è stato spesso un argomento controverso, con Bon Jovi che dichiara: «Non avrei mai pensato di sciogliere la band. Perché io, David, Tico [membri storici della band n.d.r.] avremmo dovuto soffrire?» – per poi affondare il colpo – «sarei in difficoltà a permettergli di tornare, così come David, così come Tico. Sarebbe troppo per noi permettergli di tornare. dopo un anno e mezzo e 80 concerti persi… non credo sia possibile».

Quindi, Jon Bon Jovi fa quadrato coi suoi compagni storici e decide di pubblicare il primo album senza lo storico chitarrista. Il disco è sostenuto da una buona risposta da parte della critica e del pubblico, ed è intitolato “This House is Not For Sale” – “questa casa non è in vendita”. Il riferimento, piuttosto palese, denota un forte rancore verso l’ex chitarrista, ma anche un forte desiderio di tutelare il progetto, e soprattutto i rapporti con gli altri membri storici della band, nonché compagni di vita.

Dopo essere entrati nel 2018 nella R&R Hall of Fame, i Bon Jovi sono ancora lì nell’ olimpo del Rock, dopo aver visto passare alle spalle fenomeni decennali o nascere e morire diversi gruppi meteora.
Nel 2024, Bon Jovi e Sambora si sono ritrovati per la docuserie Thank You, Goodnight: The Bon Jovi Story, in cui il chitarrista pur non essendosi mai pentito delle sue scelte, si scusa ufficialmente per come è avvenuto il suo abbandono.
Quest’anno la band ha pubblicato una edizione speciale del loro sedicesimo disco “Forever”: orgogliosamente definita una “Legendary Edition”, una riedizione del disco con la partecipazione di ospiti illustri, da Robbie Williams a Bruce Springsteen.

Per il 2026 nonostante le aspettative dei fan, per il nuovo tour previsto non ci sarà la presenza della storica line-up, ma Sambora e Bon Jovi sono di nuovo in buoni rapporti, esattamente come ai tempi dei tour mondiali e della gloria: d’altronde l’arte del perdono, è l’ennesima caratteristica dei leader leggendari.

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