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Tributo all’insuperabile regina del crimine
Il cinema celebra la regina del crimine, Agatha Christie, in occasione dell’anniversario dei cinquant’anni dalla scomparsa della scrittrice tra le più lette e tradotte al mondo. I suoi personaggi sono diventati presenze immancabili del piccolo e del grande schermo, trasformati in versioni televisive e cinematografiche che restano sempre attuali.
In America le case cinematografiche degli anni ’20 e ’30 stabilirono le regole di scrittura, i temi e gli argomenti del giallo. Prodotti omogenei e formule fisse, un modello culturale non ansiogeno, che evita la sessualità, premia i buoni e termina con il castigo dei cattivi. Hollywood si appropria del genere, mettendo in scena una precisa geografia. In questa dimensione rituale e onirica, si costituisce un sistema di aspettative dell’habitué, che si siede in sala avendo in testa un’educazione derivata dai film che ha visto. È per questo che i grandi studios di oltreoceano non si interesseranno alla prolifica Christie, come farà invece l’Europa.
Giallo: molto più di un colore
Omicidi, indagini, depistaggi, ricostruzioni e risoluzioni. I film gialli hanno sempre trovato la giusta alchimia di ingredienti per appassionare il pubblico. Il genere si avviò al successo grazie ai romanzi di Poe, Doyle e la stessa Agatha, creatori di sconvolgenti racconti criminali. Christie instaurò quella che viene considerata la struttura misteriosa per eccellenza: è stato commesso un omicidio, vi sono più sospettati che nascondono dei segreti, il detective scopre gradualmente alcune verità per poi rivelare la sconvolgente risoluzione verso la fine.
Il tutto condito da personaggi e investigatori eccezionali, dialoghi eccelsi e una fascinazione per il crimine (quasi) perfetto. Le ambientazioni sono quelle della campagna inglese, dove la scrittrice visse la maggior parte della sua vita. Le sue spedizioni sui siti archeologici influenzarono molto le atmosfere e i dettagli delle sue storie.
I film più iconici, tratti dalle sue opere, sono Testimone d’accusa (1957), per la genialità del plot twist teatrale, Assassinio sull’Orient Express (1974), per il classico giallo in ambientazione chiusa e l’insieme di sospetti, e Dieci piccoli indiani (1945), per l’atmosfera claustrofobica e il crescente senso di paranoia che lavora sul concetto di closed room, applicato in modo originale: non è una singola stanza, ma un’intera isola, dove i dieci ospiti, intrappolati dalle condizioni meteo e dall’isolamento, muoiono uno a uno, seguendo la filastrocca e creando un delitto impossibile.
Assassinio sull’Orient Express di Sidney Lumet
In questa straordinaria opera si manifesta potentemente la tecnica del Kammerspiel, per la struttura quasi interamente ambientata in spazi ristretti (la carrozza del treno nella scena dell’interrogatorio). L’attenzione si focalizza sulla recitazione e sui dialoghi serrati per creare tensione e suspense psicologica. La location è fissa ma la macchina da presa segue i movimenti dei personaggi, accarezzandoli come fa la Christie con le parole.
La vera punta di diamante della pellicola è la scrittura di Paul Dehn, le battute che compongono la ragnatela dell’indagine e la caratterizzazione di ciascun personaggio. Sidney Lumet ne ricrea fedelmente l’aspetto fisico (così come descritto dall’autrice), compreso l’abbigliamento e gli atteggiamenti che ne rivelano la psicologia. Inoltre, il regista rappresenta quello spaccato di classi sociali ben distinte e le condizioni in cui i personaggi si muovono, che ne determinano spesso vizi e debolezze. Assassinio sull’Orient Express vanta un cast irripetibile e di primissimo livello e, ancora oggi, rimane l’anima stessa del romanzo originale.
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