Hamnet: nel nome del figlio – Perdita e dolore nell’Arte

Editoriale

Febbraio 9, 2026

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Zhao firma un’epopea esistenzialista su sfondo shakesperiano

«Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno».

In una delle scene conclusive de Il signore degli anelli – Il ritorno del Re (2003) Frodo Baggins parla anzi scrive sul tempo e sulle ferite, dopo un’esperienza a tratti mitologica che ha portato alla salvezza della Terra di mezzo.

Basterebbe anche quell’aforisma per recensire Hamnet – Nel nome del figlio, scritto e diretto da Chloé Zhao, che dopo Nomadland (2020) ed Eternals (2021) torna alla regia con un film tratto da un romanzo di Maggie O’Farrell.

Una pellicola che scuote emotivamente già dalla sequenza iniziale: ripresa dall’alto di un albero in una foresta, la camera scende lentamente verso le radici, soffermandosi su di un personaggio rannicchiato sul prato. Lei è Agnes, giovane contadina che al primo sguardo si innamora di William Shakespeare.

Tutto o quasi ruota attorno alle connessioni identitarie, perché Agnes dopo un bacio dice il suo nome a William, durante un’attrazione meccanica. Hamnet sarà il nome di uno dei loro tre figli, uno dei gemelli, l’unico maschietto che deve badare alla famiglia dopo che il padre parte per Londra per fondare un suo teatro.

La distanza è difficile da gestire, condiziona i legami e rende la quotidianità più scialba, seppur l’amore e l’unione siano così forti che nessun allontanamento riesca a dissiparli. L’incipit ambientato nella foresta non è (soltanto) un virtuosismo di regia, è un archetipo di tutta la narrazione.

Nel film c’è un profondo collegamento tra uomo, Arte e natura. Questi sono un numero perfetto di intrecci strettamente connessi l’uno all’altro, l’uno dipendente dall’altro. Agnes è cresciuta sotto l’influenza del potere della terra, delle erbe, degli animali (il falco è un altro archetipo), un modus cogitandi in chiave esoterica che cozza con il puritanesimo dell’epoca.

HamnetL’unione tra lei e William non è ben vista inizialmente: Agnes viene etichettata come una strega (ci troviamo nel periodo antecedente alla persecuzione delle stesse in Gran Bretagna). Tuttavia, la vera protagonista del film (interpretata da una Jessie Buckley da Oscar) cresce i figli fuori dalle convenzioni sociali, cercando di fargli assaporare la vera essenza del pianeta; non è un caso che lo stesso Hamnet non essendo nato nel bosco diventi “maledetto”.

Hamnet – Nel nome del figlio non è una semplice storia familiare dietro il mito di uno dei più grandi artisti della storia dell’umanità (interpretato da un Paul Mescal snobbato dall’Academy). Non è un mero excursus dietro la creazione di una delle opere shakesperiane più struggenti. Non è semplicemente un racconto romantico all’interno della raffigurazione di una grande nonché coraggiosa donna.

Chloé Zhao realizza un film dal profondo esistenzialismo, dove vengono scandagliati quelli che sono i patemi, gli enigmi ma anche le vere virtù della vita sulla terra. Vita terrena e ultraterrena collegate da un’unica cosa: l’Arte. La mirabile sequenza nel teatro a Londra non è soltanto un’ode alla novità, alla potenza scenico-contenutistica dell’opera shakesperiana: presenta, anzi, il teatro come una macchina del tempo e dello spazio che conduce la psiche verso altri mondi.

L’Arte qui ha una funzione terapeutica. Non ci sono più confini tra un sogno e una rappresentazione teatrale: l’Arte (ma anche la natura) è l’unico modo per “rivedere” le persone care. Per l’artista, invece, può essere anche un mezzo tangibile per affrontare e attraversare il dolore, soprattutto per chi è incapace di mostrarlo (William nel film).

Dolore, perdita, nascita, morte, creazione, alienazione, donare e donarsi: tutto in un unico spartito di centoventi minuti. La regista attraverso inquadrature fisse in campo medio o lungo, oppure utilizzando lenti piani-sequenza mostra con crudezza e pathos l’albero della vita (anche titolo di un film di Terence Malick).

È il dolore e l’Odissea emotiva di un uomo e di una donna, ma potrebbe essere quella di tutti noi. Mentre il mondo si macchia di congetture sociali, culturali e religiose, l’Arte e la natura salvano, o almeno tentano di farlo.

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