«162 registi realizzarono opere prime in tre anni»

Il film di Richard Linklater si conclude con questa affermazione potente. Siamo in una Parigi ormai lontana dalle ferite della Seconda Guerra Mondiale, e un manipolo di audaci francesi, alla fine degli anni ’50, decide di cambiare per sempre il futuro del cinema; l’arte, la più recente tra tutte, che era stata inventata proprio da loro.
Un finale epico per un’opera che è soprattutto il racconto appassionato di un’epopea mitologica. Qui, tutti i personaggi hanno un ruolo ben definito, organico all’impresa, fondamentale anche nei suoi interpreti minori. Siano essi Muse ispiratrici, dèi, capricciosi burattinai, eroi, tragici prigionieri per la sorte loro assegnata dalla storia, o semplici soldati, con in mano la spada che può cambiare le sorti di una battaglia.
In questo contesto, Linklater – che mette in scena la sceneggiatura scritta dalle francesi Michèle Halberstadt e Laetitia Masson – cala i personaggi dei Cavalieri che fecero l’impresa, minuziosamente preceduti da una didascalia con nome e cognome.
Iniziando da colui che sembra aver ispirato tutto, Roberto Rossellini, che vediamo compiacersi della considerazione ricevuta dai giovani cineasti dei Cahiers du cinéma. Si passa poi al padre-padrone Georges de Beauregard, produttore pragmatico e astuto, fino ad arrivare a coloro che affrontarono davvero la sfida. Tra i tanti, Claude Chabrol, Suzanne Schiffman e François Truffaut. Quest’ultimo, nel 1959, attraversò il confine importante, quello che dalla macchina da scrivere conduce alla cinepresa. Truffaut agì da catalizzatore, aiutando Jean-Luc Godard, l’eroe tragico per eccellenza, a superare dubbi e incertezze nei suoi progetti cinematografici fino ad allora rimasti irrealizzati.
La pellicola racconta la realizzazione del suo primo film, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, il titolo con il quale uscì in Italia).
Il film è girato principalmente in digitale, ma con l’integrazione strategica di vera pellicola 35mm in bianco e nero per ottenere l’autentica estetica del 1959, e l’utilizzo di obiettivi vintage per ricreare i riflessi e la morbidezza delle immagini originali. Linklater racconta la ricerca di Godard, a cominciare dagli attori. La scelta ricadrà sul giovane pugile Jean-Paul Belmondo, con il quale aveva già lavorato per un corto, e sulla diva americana Jean Seberg, vista in un film di Otto Preminger (Bonjour tristesse). Protagonisti che lo affiancheranno con cieca fiducia, assieme ai tecnici, al volitivo aiuto regista e al cameraman, pronti a qualsiasi sacrificio pur di soddisfare il loro comandante.
La consueta routine del regista – fatta di sigarette, caffè e scrittura delle scene da girare in giornata – si intreccia con le discussioni con il produttore, con i dubbi malcelati della Seberg e i suoi giochi amorosi con l’affascinante Belmondo. Le tensioni della troupe, provata dagli sbalzi d’umore del direttore, fanno da contorno a un clima non sempre idilliaco. Nel mentre, vengono messi a fuoco i principi fondamentali della “nuova onda”, che stava emergendo dalle rive della Senna, per diffondersi nel mondo.
Princìpi che Godard snocciola con la pervicacia di un monaco medievale e la spensieratezza di un adolescente ostinato. Il peso dei quali, nel cinema che verrà, si rivelerà decisivo. A riprova, il successo raggiunto dal film: i due attori principali, nonostante siano stati protagonisti di brillanti carriere, ancora oggi sono ricordati come le icone della Nouvelle Vague.
Insomma, dopo À bout de souffle nulla fu più lo stesso.
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