Tre voci, un istante decisivo: il nuovo racconto di Salvatore Claudio D’Ambrosio
«Davanti a una scelta ognuno cerca sempre di trovare un senso».
Lo stato di conservazione delle cose racconta di una scelta. Un gesto per andare avanti, un’azione che riguarda la vita, la responsabilità e il peso delle conseguenze.
I personaggi si muovono dentro un tempo breve, ma decisivo, in cui ogni parola detta o taciuta lascia un segno.
E sono chiamati a compiere una scelta, una decisione tutt’altro che semplice.
Il nuovo lavoro di Salvatore Claudio D’Ambrosio è un fermo immagine che scava nella vita dei tre protagonisti.
Troviamo il dottore che, impaziente e cinico, tratta con sufficienza i due giovanissimi genitori che ha di fronte. Il suo è il punto di vista di chi vuole solo terminare la giornata senza impicci, trascurando l’apporto umano del mestiere che ha fra le mani.
Poi c’è Raffaele, il padre. Una vita vissuta indossando maschere diverse per farsi accettare dalla società, per essere uguale agli altri. Ma la sua è la condanna di chi deve reprimere il vero sé stesso per sopravvivere. La voce della giovane mamma Patrizia è quella, invece, più disillusa. Accarezza il pancione e sa che la scelta che è chiamata a fare sarà dolorosa. Che dare priorità a un’esistenza spegnendone un’altra non è una vera scelta, ma una condanna.
E poi, quasi in sordina, uno scorcio inatteso, quello all’interno dell’utero materno, dove (racchiusi in una bolla) le due creature che la abitano sono solo spettatori. A loro non è data nessuna scelta: la devono solo subire.
Salvatore D’Ambrosio ci regala una storia densa, che spezza il respiro. Lo stato di conservazione delle cose racchiude dentro di sé verità scomode e giudizi facili.
Le pagine di questo lavoro non offrono risposte semplici. Mettono il lettore davanti a domande che toccano il rapporto tra genitori e figli, tra dovere e desiderio, tra ciò che si vuole e ciò che si può fare. Al centro non c’è solo un evento, ma il modo in cui ognuno lo attraversa. E basta poco per rendersi conto che non c’è mai una verità, che la prospettiva cambia in base a chi racconta una storia.
I protagonisti parlano con voci diverse, a volte dure, a volte fragili. Ognuno difende il proprio punto di vista, ognuno prova a giustificarsi, a resistere, a sopravvivere. In questo confronto emerge il tema che attraversa l’intero testo: fino a che punto siamo disposti a conservare ciò che amiamo, e cosa siamo pronti a perdere per farlo. E qual è il punto di rottura dove far emergere la propria volontà.
È un racconto sull’istinto di conservazione, sulla colpa che si tramanda e sulla ricerca di un raggio di luce in un corridoio d’ospedale illuminato a giorno. Non ci sono eroi, non ci sono vincitori, ma solo un cerchio che si chiude su una scelta che appiana solo la superficie.
Non è facile condensare in poche parole un lavoro del genere. Questo racconto pulsa di energia, di vita, di dolore. Una sofferenza che non è solo di un tipo, ma che si articola, si ramifica, si sprigiona da tutti per raccontare la sua verità. È un racconto che mette in scena il fragile scheletro con cui ci si muove a piccoli passi in un mondo che avanza velocemente.
E alla fine ciò che resta è la consapevolezza che non ci sono risposte giuste, che non c’è solo una scelta da fare, ma che comunque occorre andare avanti.
Che si è costretti a procedere, in un modo o nell’altro.
Che restare fermi nell’immobilità delle cose che non mutano non è una soluzione, ma una trappola.
E che scegliere non è sempre lo strumento di chi può sentirsi più forte. Scegliere, spesso, è solo il modo per non affogare.

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