“Chiacchiere di Sicilia”: il valore delle proprie radici

Editoriale

Marzo 20, 2026

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Antonino Mangano parla del suo romanzo, una storia di partenze e ritorni

Antonino Mangano è uno scrittore siciliano emergente, autore del suo primo romanzo Chiacchiere di Sicilia (pubblicato da Scatole Parlanti) con il quale racconta le difficoltà di una generazione spesso costretta a emigrare, alla ricerca costante di un proprio posto nel mondo.

Come è nata l’idea del romanzo? Si è ispirato a qualche autore in particolare?

L’idea del romanzo è nata da una conversazione tra una ristoratrice italiana a Bruxelles, una mia collega e me, quando la ristoratrice ha detto qualcosa tipo: «Siamo visti come stranieri, qui in Belgio, ma lo siamo anche in Italia». Una frase così semplice ha scatenato una tempesta di domande su cosa sia oggi l’identità, con i valori associati.
Quella conversazione è stata l’ispirazione, ma la lettura di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini è stata una guida stilistica nella stesura del romanzo.

Nel corso del romanzo il personaggio descrive nitidamente certi luoghi e certe situazioni, come se volesse trasmettere un particolare senso di appartenenza. Quanto è importante questo concetto per lei?

L’appartenenza a un luogo, a un’idea, a un progetto è un concetto importante per tutti. Aristotele diceva che l’uomo è un zoon politikon, un “animale politico”, un essere fatto per essere sociale. Il risultato del senso di appartenenza che viene diluito, che si dimentica, secondo me è una delle cause che attualmente ha generato una sensazione diffusa di solitudine, confusione e angoscia.
Avere qualcosa di cui sentirsi parte è fondamentale per conoscere sé stessi, leggere il mondo, pensare a come cambiarlo.

Chiacchiere di Sicilia, Antonino Mangano

Antonino Mangano, autore di Chiacchiere di Sicilia

Spesso per crescere bisogna distaccarsi dalle proprie origini. Lei appartiene a una cerchia di persone che, per studi o lavoro, sono emigrate dalla Sicilia. Sente comunque di appartenere a questa terra nonostante le difficoltà in cui si ritrova? Come percepisce il rapporto che intercorre tra le storie dei luoghi e la realtà?

Siamo esseri umani, non alberi. Abbiamo radici nel luogo in cui siamo nati, ma possiamo metterle nei luoghi in cui approdiamo. Sono legato alla mia terra (la Sicilia, Messina, Villafranca Tirrena), sono impegnato nella sua vita culturale e civile, sebbene la mia vita mi abbia fatto arrivare a Bruxelles. La tecnologia permette di annullare le distanze, e ritengo che questo sia un modo utile di usarla.
Per il secondo punto, la storia dei luoghi rischia di perdersi. Non è un problema di persone che se ne vanno, ma è il risultato dell’incapacità di creare un legame sentimentale tra le persone (anche quelle che restano) e i luoghi. Bisogna credere nella gente e nella possibilità di innamorarsi di storie e tradizioni di cui la nostra identità è intrisa. È un’eredità che portiamo con noi ovunque andiamo, e che continuerà a vivere in noi, se sapremo ricordarla e tramandarla.

Se potesse parlare ai più giovani, cosa suggerirebbe di fare per provare a valorizzare il territorio?

Partecipare e impegnarsi. Ogni piccolo passo mosso in un qualsiasi campo – arte, lavoro, ecologia, politiche giovanili, sport, innovazione ecc. –, che tenti di migliorare il contesto locale, è un valore aggiunto, è una vittoria.
Bisogna crederci e coltivare il cambiamento, sperimentare, provare a realizzare qualcosa che non sia stato ancora pensato, e portarlo avanti nonostante gli ostacoli di una burocrazia lenta e viscosa o i commenti degli eterni critici e disillusi. Il futuro è dei giovani: devono imparare a prenderselo e plasmarlo.

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