Puccini e Turandot, l’ultima nota

Editoriale

Aprile 1, 2026

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A cura di PAOLA NIGRO

Il dramma della spietata Principessa di Cina nel docufilm di Lamberto Lambertini

A 100 anni dalla prima al Teatro della Scala di Milano, l’enigma esistenziale della gelida e crudele Principessa di Cina, è tornato a rivivere venerdì 27 marzo 2026, in una narrazione filmica che ha fatto vibrare le sale del Cinema Farnese di Roma, registrando il sold out.

Turandot, l’ultima nota, prodotto dalla Società Dante Alighieri di Roma, è un docufilm di Lamberto Lambertini ideato con Adriano Bassi e scritto con Valeria Noli. Protagonista il soprano Maria Pia Garofalo nelle vesti della “principessa di ghiaccio” Turandot, mentre la narrazione teatrale è affidata ad un giovane Puccini raccontato da Don Pietro Panichelli, il “pretino”, consulente liturgico e biografo del compositore di Lucca.

Era il 25 aprile del 1926 quando Arturo Toscanini, direttore e amico di Giacomo Puccini, fermò l’orchestra dopo il suicidio del personaggio della fedele schiava Liù, dichiarando al pubblico: «Qui finisce l’opera perché a questo punto il Maestro è morto», interrompendo l’esecuzione della Turandot alla fine del terzo atto.

A quell’ultima nota della Turandot, altri compositori, tra cui Franco Alfano, si agganciarono per restituire al capolavoro pucciniano quel tocco finale che fosse il più possibile vicino alla visione originaria del grande maestro, ma la Turandot “pucciniana” rimase incompiuta, o meglio sospesa e condensata in quell’ultima nota struggente.

Nel passaggio dal libretto al film, Lambertini ha scelto di fermarsi proprio a quella nota che racchiude l’essenza creativa e al tempo stesso la sofferenza di Puccini vicino alla morte, restituendoci una Turandot sospesa tra realtà, memoria e sogno, in una pellicola che riesce a muoversi su tre piani narrativi, come tre erano gli enigmi proposti dalla crudele principessa ai suoi pretendenti, pena la decapitazione.

Il docufilm realizzato dalla Società Dante Alighieri è interessante proprio per questa stratificazione quasi archeologica di livelli narrativi, tenuti insieme dalla potenza della musica pucciniana e da una fotografia di chiaroscuri ed effetti realistici nonché onirici.

La storia di Turandot, riletta da autori del calibro di Lesage, Carlo Gozzi, Schiller, Busoni, è infatti fortemente contaminata da fonti letterarie che affondano le proprie radici in tradizioni persiane, turche, tartare e cinesi. Pubblicata nella raccolta Mille e un giorno del 1710 a seguito del successo della raccolta Mille e una notte tradotta da Antoine Galland, è uno dei racconti più controversi della cultura popolare, artistica e musicale contemporanea, portato al successo da Giacomo Puccini nei teatri d’opera italiani e stranieri. Nel libretto sono presenti anche contaminazioni dantesche come rilevato nel saggio di Maria Pia Garofalo e Alberto Granese: Giacomo Puccini e il fascino di Dante. Turandot dal libretto al film (Salerno: Edisud: 2025)

Elemento che ha fortemente catturato il pubblico nella sala del Cinema Farnese è stata l’intensità della regia di Lambertini che costruisce un gioco narrativo, visivo e uditivo dove il dramma si intreccia alla metafora del potere salvifico dell’amore, al senso del sacrificio della vita umana, mentre la creatività del compositore segue le linee tracciate dalla sua vicenda biografica e la memoria si unisce alla storia di una vita dedicata alla musica nei teatri di tutto il mondo.

L’enigma delle fragilità dell’essere umano ha trovato, invece, profonda espressione vocale nel personaggio della Turandot intrepretata da Maria Pia Garofalo, soprano drammatico di origine campana, che domina la scena per potenza vocale, intensità emotiva e interpretativa e perfetto uso delle tecniche vocali e respiratorie. La Garofalo interpreta la principessa “bella e crudele” grazie al dono di una voce penetrante e autorevole che sa fare uso sapiente e puntuale di acuti ed espressioni del volto, mentre la fotografia cattura luci e ombre di una vicenda tragica che nasce dall’archetipo della vendetta, per sciogliersi nella solitudine di un’anima che anela amore e speranza.

Scatto dalla Premiere di Roma (ph. Paola Nigro)

«Nessun dorma!» esclama il principe ignoto, all’alba della sua vittoria sulle resistenze della “principessa di ghiaccio”. Ciò che è certo è che il film di Lambertini ha convinto la collettività degli spettatori, mostrandoci un Puccini inedito, intimo e umanamente inquieto. L’ultima nota della dark lady dell’opera lirica italiana resta sospesa lì, nell’enigma di una vita che non sa se diventare amore e speranza o continuare a vestirsi di crudeltà e sofferenza.

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