Resurrection di Bin Gan – Il dilemma: se ne può parlar male?

Editoriale

Aprile 29, 2026

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Si può davvero criticare “Resurrection”, presentato in concorso a Cannes 2025?

Un frame dell'opera di Bi Gan

Un frame dell’opera di Bi Gan

Si tratta del quarto film di Bi Gan, regista, sceneggiatore, poeta e fotografo cinese. Già noto al pubblico per aver conquistato la scena internazionale nel 2018 con “Un lungo viaggio nella notte”. La domanda non è banale. Il film si presenta  come un’opera dalle ambizioni elevate. Un’opera desiderosa di raccontare non solo la storia del cinema, ma anche quella della vita, del tempo, con una narrazione che attraversa e fonde generi, tecniche, gusti e luoghi. Riflette la tumultuosa storia della settima arte.

Sullo sfondo di questo viaggio, si staglia la progressiva evoluzione della Cina moderna e contemporanea. Uno scenario che non è solo decorativo: diventa parte integrante del racconto, influenzando la percezione dei sogni, delle paure e delle speranze che animano il viaggio nel quale siamo immersi. Tuttavia, l’ambizione può diventare un limite se supera il senso profondo e sincero di un messaggio universale. L’arte, intesa come mezzo estetico e forma, dovrebbe mettersi al servizio di questo messaggio. Offrire una riflessione che vada oltre la superficie. Quando ciò non accade, è legittimo e persino necessario parlar male dell’opera. Occorre sottolineare come l’eccesso di ambizione rischi di oscurare il valore comunicativo e universale che il cinema, e l’arte, dovrebbe incarnare.

I cinque segmenti di Bi Gan

L’apertura è composta da una ventina di minuti muti, accompagnati da didascalie e sequenze confuse ma al tempo stesso mirabili. Scopriamo che in un futuro dove l’umanità ha perso la capacità di sognare, una donna si avventura nella mente di un Delirante, l’ultima persona in grado di immergersi nel mondo dei sogni. Questo prologo introduce i segmenti successivi, generati dalla mente tormentata del Delirante, che si dipanano in storie noir, gangster movie, vicende romantiche con vampiri e un racconto apocalittico, ambientato nell’ultimo giorno del secolo scorso. L’incursione nella storia del cinema rappresenta uno dei punti cardine dell’opera di  Bi Gan. Il regista si concede il lusso, e il piacere, di attraversare epoche, generi e tecniche con grande libertà e leggerezza.

Dettaglio tratto dal film

Dettaglio tratto dal film

In Resurrection, il regista cinese si muove tra accenni raffinati e omaggi espliciti. Si percepiscono le radici del cinema stesso, con richiami ai pionieri come Lumière e Meliès, passando per la poetica espressionista di Murnau. Ogni citazione è inequivocabile e precisa, mai casuale, e dialoga con il tessuto narrativo del film, rappresentandone i momenti più seducenti. Tra le citazioni più evidenti  la scena degli specchi, evocata in “La signora di Shangai”, che diventa anche un elemento di riflessione. Fra tutti, però emerge l’ omaggio al cinema suadente e raffinato di Wong Kar-wai. Il suo stile, fatto di romanticismo onirico e di narrazione liquida, viene ripreso e reinterpretato, tanto che molti vedono in Bi Gan un erede diretto del regista hongkonghese.

In conclusione (concedetemi un po’ di sofistica, pro e contro), la regola è semplice. Se arrivate in fondo ai 260 e passa minuti di quest’opera bulimica,  senza uscirne prosciugati, vi alzerete dal divano un po’ più ricchi (e forse anche contenti). Se invece vi arrendete prima, avrete comunque imparato qualcosa: anche la stanchezza, a volte, è una forma di giudizio.

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