Tra ricerca e territorio: conversazione con Irene Macalli
Nata in Campania, Irene Macalli sviluppa fin dagli anni della formazione un interesse costante per i territori marginali e per le dinamiche sociali che li attraversano. La sua ricerca prende forma tra studi accademici e pratiche sul campo, intrecciando osservazione, archivio e restituzione visiva. Cresciuta in un contesto in cui il paesaggio è insieme risorsa e frattura, Macalli elabora un linguaggio che unisce rigore analitico e sensibilità poetica, trasformando luoghi, memorie e microstorie in dispositivi narrativi. Il suo lavoro pone particolare attenzione ai processi lenti, ai gesti minimi e alle tracce che definiscono l’identità dei territori del Sud Italia.
Quando hai capito che l’arte sarebbe stata la tua strada? È stato un momento preciso o una scelta che si è costruita lentamente?
«L’arte mi ha sempre salvata in un modo o nell’altro. Da sempre, da quando ero piccola.
Non mi sono mai rivista nei sogni degli altri bambini: cantante, ballerina, astronauta, meccanico… Non sapevo mai che risposta dare quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, perché non l’ho mai saputo spiegare a parole. Un po’ perché da piccoli nessuno ti dice che l’artista è un mestiere, un po’ perché sapevo che mi piaceva creare ma non sapevo dare una definizione a queste sensazioni, fino ai 14 anni, quando mi sono iscritta al liceo artistico di San Leucio, Caserta. Ho lottato per iscrivermi a questo liceo, perché nell’immaginario comune paesano il liceo artistico è considerato di basso livello e, soprattutto, era impensabile che una bambina di 14 anni dovesse arrivare a Caserta, viaggiare per più di un’ora tra treno e bus per andare a scuola. Eppure l’ho fatto, anche grazie a mia madre.
I primi giorni di scuola ci facevano alzare per presentarci e motivare la scelta del liceo artistico. Era il corso di orientamento di discipline pittoriche: arriva il mio turno, mi alzo e dico ad alta voce che voglio fare l’artista. Poi, cinque anni di Accademia di Belle Arti a Napoli. Solo alla fine del triennio ho capito quale fosse la mia strada grazie al professor Pasquale Pennacchio e ho confermato la mia identità al biennio con la professoressa Rosaria Lazzetta.»
Essere un’artista di 26 anni cosa comporta nella tua pratica? Ti senti parte di una scena, di una generazione, o preferisci pensarti in modo più indipendente?
«Sicuramente ci sono molte realtà e molti artisti e ricercatori che hanno una pratica simile alla mia in Italia e nel mondo, alcune figure sono anche fonte di ispirazione per me. Pensiamo alla scena inglese e alle ricerche sulla socially engaged art, all’arte partecipativa nella provincia olandese della Frisia, o a realtà significative nelle aree interne italiane come Unpae o il festival Liminaria fondato da Leandro Pisano: la lista è lunga.
Avere 26 anni e praticare in questo senso non è sempre semplice, poiché, si sa, in Italia fino ai 30/35 anni sei considerata una minorenne. Ma da una parte è divertente, perché quando lavoro con le persone non si crea nessun tipo di gerarchia: non mi percepiscono come una figura alta e questo riduce l’imbarazzo, lasciando spazio alla relazione.
Non conosco molte persone della mia generazione che lavorano nella ruralità con progetti partecipativi, quindi non mi sento parte di una scena. Sarebbe bello però crearne una nuova, in questo senso.»
La tua ricerca di dottorato sulle aree interne come dialoga con la tua pratica artistica? Ti interessa più osservare questi territori o abitarli attraverso l’arte?
«La mia è una ricerca basata sulla pratica — practice-based research. C’è molta teoria, ma anche molta pratica. Credo sia fondamentale osservare e abitare i territori prima di parlarne. Bisogna entrare nella quotidianità di questi luoghi, conoscere le persone che li abitano, dialogare, costruire un rapporto di amicizia.
Se devi fare una ricerca per raccontare un territorio, adottare la metodologia accademica classica — cioè raccogliere interviste solo per arrivare al proprio scopo — è sbagliato e anche un po’ impetuoso. È meglio invece costruire una conversazione che arricchisca entrambi e che arricchisca la ricerca stessa.»
Guardando al futuro, quale immagine delle aree interne vorresti contribuire a costruire attraverso il tuo lavoro?
«Vorrei che questi territori rurali interni non venissero visti come luoghi già musealizzati, appartenenti al passato, e vorrei anche che non venissero considerati luoghi già morti. Spero di riuscire a dare uno sguardo diverso, una narrazione trasparente e non unica, calata dall’alto.
Le aree interne vivono oggi una fase complessa e spigolosa, impossibile da semplificare con una sola soluzione. Da un lato ci sono le politiche di turistificazione che standardizzano i borghi come se fossero tutti uguali secondo logiche di marketing; dall’altro territori che soffrono realmente marginalizzazione per la loro posizione geografica. In entrambi i casi emergono le stesse fragilità.
Da una parte l’artwashing nasconde i problemi reali dei paesi, dall’altra i paesi restano abbandonati a sé stessi, con pochi servizi e isolamento sociale. Nonostante questo — cattiva amministrazione, collusione mafiosa, nepotismo, spopolamento, invecchiamento della popolazione, mancanza di illuminazione pubblica, strade dissestate, centri storici ormai fantasma — esistono micro-realtà nate dal basso che fanno la differenza. Bisogna guardare lì.
Nate per necessità e per un interesse reale verso i propri territori, non per soldi. Spero che lavorando in questo senso si possa dare valore a chi si impegna per non far morire i paesi, mettendo in luce la voglia di partecipare, co-creare, cooperare e fare comunità in un tempo così critico e capitalistico.»
Qual è stata la prima opera o il primo gesto artistico in cui ti sei riconosciuta davvero?
«Sicuramente a Pietraroja, quando ha avuto inizio la ricerca diventata poi un progetto partecipato — L’arte come riscatto sociale nei piccoli comuni.
Lavorare così intensamente con le persone del posto, costruire una documentazione del territorio coinvolgendo tutti, anche pastori e mandriani, e lavorare in una piazza pubblica alla creazione di un’installazione site-specific insieme a molte donne mi ha fatto capire quale dovesse essere la mia strada e la mia metodologia di ricerca.»
Che tipo di materiali, immagini o processi ti attirano di più oggi? Cosa cerchi quando inizi un nuovo lavoro?
«Cerco contatto. Quando inizio un nuovo progetto nei paesi cerco il contatto con le persone, conoscere le loro memorie legate al territorio. È fondamentale consultare gli archivi accumulati nel tempo: foto, testi, testimonianze scritte e vissute. Parlo con le diverse realtà locali — pro loco, associazioni, amministrazioni comunali — e cerco di capire anche quanto sia accettata la mia presenza lì. Un primo passo è sempre fotografare: fotografo tutto. Il paesaggio, i dettagli degli edifici. Poi riguardo le immagini per ore, per notare ciò che in presenza non avevo visto. In fondo cerco sempre la stessa cosa: un’incrinatura, un dettaglio fuori posto, qualcosa che il luogo non mostrava ma che era lì ad aspettare di essere visto.»
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