Presentato in concorso a Cannes, il nuovo film del regista spagnolo torna sui temi di sempre.

Amarga Navidad (2026)
I film d’autore si riconoscono spesso fin dalle prime sequenze, soprattutto quando dietro la macchina da presa c’è un regista come Pedro Almodóvar, autore di venticinque lungometraggi in poco meno di cinquant’anni di carriera e presenza costante nell’immaginario di più generazioni di spettatori.
Nel suo cinema ritornano immancabilmente alcuni tratti distintivi: una fotografia calda e luminosa anche nei momenti più cupi, movimenti di macchina misurati, un uso espressivo dei volti e una cura quasi maniacale dei dialoghi, nei quali nulla sembra lasciato al caso.
È ciò che accade anche in Amarga Navidad, l’ultima opera del regista spagnolo, presentata di recente in concorso al Festival di Cannes. La materia narrativa è profondamente almodovariana: la ricerca tormentata di un equilibrio che appare irraggiungibile per chi continua a interrogarsi su sé stesso, sulle proprie relazioni e sul senso del proprio lavoro.
Al centro del racconto c’è Elsa, regista di spot pubblicitari. Dopo un malore improvviso — destinato a rivelarsi una crisi di panico — la donna è costretta a fare i conti con la propria vita, con gli affetti più intimi e con il valore stesso del suo mestiere.

Amarga Navidad (2026)
Il suo alter ego è Raúl, sceneggiatore affermato alle prese con un copione che finisce per coincidere con la storia stessa di Elsa. In questo sdoppiamento si riversano la crisi creativa, il peso dell’età e le frizioni che attraversano il rapporto con il compagno e con la fedele assistente Mónica. È proprio nel lungo confronto finale con quest’ultima — intenso, ma forse eccessivamente dilatato — che il film espone con maggiore chiarezza il proprio nucleo teorico.
È in quel passaggio che arte e vita, realtà e finzione smettono di opporsi e finiscono per confondersi. Almodóvar non offre soluzioni, né pretende di chiudere il discorso: lascia piuttosto allo spettatore una serie di domande e riflessioni che continuano a risuonare anche dopo i titoli di coda.

Amarga Navidad (2026)
Il film, però, non si esaurisce in un raffinato esercizio intellettuale. A percorrerlo è soprattutto un’umanità ferita, dolorante. Amarga Navidad — letteralmente “Natale amaro” — diventa così la metafora di un lutto radicale e collettivo: quello delle madri che perdono un figlio, esperienza dalla quale non si riemerge mai del tutto.
Almodóvar affronta questa tragedia con la leggerezza controllata che da sempre caratterizza il suo sguardo.
Nel continuo scambio tra il piano del racconto e quello del suo autore, in un gioco di specchi e rimandi che magistralmente confonde lo spettatore, il regista ricorre ancora una volta a suggestioni e dispositivi a lui cari. Fra questi c’è la musica: “Amarga Navidad” è infatti anche una celebre canzone messicana che parla di una separazione dolorosa e del desiderio di chiudere con un amore tossico proprio durante le feste. Un inserto che, come altri presenti nel film, alleggerisce la tensione senza cancellarne il peso.
La colonna sonora è ricca di rimandi e aperture emotive. Tra i brani più riusciti spicca “Las simples cosas”, interpretata nel film dalla cantante spagnola Amaia Romero: una sequenza di intensa grazia lirica, sospesa in uno spazio rarefatto tra sogno e disorientamento.
In definitiva, Amarga Navidad è un Almodóvar in purezza. Riconoscibile fin dai primi minuti, coerente con il suo immaginario e difficilmente deludente per chi ne ama il cinema. Proprio questa fedeltà, però, rischia di diventare anche il suo limite, lasciando più freddi gli spettatori che non hanno mai davvero aderito al mondo del regista spagnolo.
In definitiva, Amarga Navidad è un Almodóvar in purezza. Riconoscibile fin dai primi minuti, coerente con il suo immaginario e difficilmente deludente per chi ne ama il cinema. Proprio questa fedeltà, però, rischia di diventare anche il suo limite, lasciando più freddi gli spettatori che non hanno mai davvero aderito al mondo del regista spagnolo.
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