Ventisei anni di oggetto film e forma audiovisiva con Diego Del Pozzo e Rosario Gallone

 Trasformazioni, persistenza e prospettive del film nel primo quarto degli anni Duemila. Nella cornice del CasaCinema Napoli, lo scorso 13 maggio Roy Menarini ha presentato il volume Il film nel XXI secolo, edito da CUE Press. L’evento, cui ha fatto seguito un workshop analogo al Multicinema Modernissimo il giorno successivo, si inserisce in una due giorni interamente dedicata al critico e docente bolognese, per ragionare sui numerosi spunti presenti nel suo ultimo libro.

Assieme a lui, in una conversazione a tre aperta a un pubblico di giovanissimi, due delle maggiori personalità della scena accademico-cinefila campana: l’organizzatore Diego Del Pozzo — professore di Teoria, storia e metodo dei mass media presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, storico del cinema e del fumetto, nonché giornalista — e Rosario Gallone, docente, fondatore della Scuola di Cinema e Fotografia Pigrecoemme e critico cinematografico.

Del Pozzo descrive il saggio come un «itinerario ondivago» sull’oggetto film e sulla forma audiovisiva nel contesto contemporaneo, qualcosa che «è vivo e lotta insieme a noi», per usare le parole dell’autore. Sono circa una ventina le tipologie di film individuate: tra queste il film postumo-derno, il Property film, il film biopolitico, il film Realtà, il film Europa e il film America.

Da sinistra verso destra: Rosario Gallone, Roy Menarini, Diego Del Pozzo

Da sinistra verso destra: Rosario Gallone, Roy Menarini, Diego Del Pozzo

Durante la stesura, confessa Menarini, affrontare il cinema contemporaneo con un approccio tradizionale fondato su generi, cinematografie nazionali e temi non funzionava più: «Bisognava osare, essere partigiani, evitando le scatole preesistenti. Rivelare le strutture nascoste dell’industria culturale, che spesso portano lo studioso a muoversi all’interno di un percorso premasticato e pericoloso». Ne emerge, innanzitutto, una prima proposta per inquadrare un certo periodo e intavolare future discussioni sul quarto di secolo filmico appena trascorso.

In secondo luogo, il critico sottolinea la necessità di parlare di film invece che di cinema. Se per anni si è discusso del suo statuto ontologico  «attaccato dai nuovi media, reso ambiguo dal modo in cui assistiamo alle opere, privo di un riconoscimento compatto nella sala cinematografica»  ciò che non è cambiato in oltre cento anni è proprio la struttura del film. Un oggetto che parla, possiede una propria personalità, interagisce e dialoga con il presente, con lo spettatore e con le altre pellicole.

Terzo e ultimo obiettivo: smentire le classiche opposizioni tra vecchio e nuovo, negli eterni what if che immaginano registi del passato trasportati nell’oggi e finiscono per sminuire le produzioni contemporanee. «Il cinema contemporaneo è bellissimo!», sostiene Menarini. «Basta cercare autori e film giusti. È cambiata la relazione col mondo, l’attenzione che poniamo su certi film, la velocità con cui li consumiamo. Ma la qualità e il modo in cui hanno rimodellato il pensiero non sono affatto inferiori a quelli del Novecento».

Alla categoria dei «bellissimi», Gallone affianca quella dei «film rivelatori», vale a dire opere sintomatiche dello stato attuale delle cose, indipendentemente dalla loro bellezza estetica o intrinseca. «Ne sono esempi Buen Camino (2025), Il Diavolo veste Prada 2 e Michael (2026)», osserva, «simboli dell’adeguamento industriale a una nuova modalità di visione, da contenuto social. Soprattutto sul piano della forma: sintagmi alternati, a graffa, momenti episodici in film da scrollare». E la domanda, per chi si occupa di critica e formazione, sorge spontanea: quale uso fare di tali forme nei confronti del pubblico di domani? Agire solo quando conviene? Educarlo a una maggiore pazienza?

Per Menarini «ogni film innesca una contemporaneità. Chi se ne frega se ci sono piaciuti o meno? Ci interessano dal punto di vista fenomenico». Tra le forme identificative del nostro tempo, il postumo-derno racconta una separazione museale, mettendo in scena il passato cinematografico non più come sequel bensì come archivio di sé stesso, denunciando così l’impossibilità di rifare un certo tipo di cinema. In quest’ottica risultano fallimenti contemplativi Matrix Resurrections (2021) e Scream 7 (2026). Ancora più esemplari appaiono alcuni gesti autoriali e la capacità di intercettare questa tendenza: il passaggio di Quentin Tarantino da incarnazione del postmodernismo a una fantasia nostalgica — con la trilogia della controstoria, da Bastardi senza gloria fino a C’era una volta a… Hollywood — che cela al proprio interno una profonda malinconia.

Il modello del Property film, invece, entra in collisione con il biopic, altrettanto decisivo per comprendere il presente. Da una parte riflette sul sistema dello spettacolo e delle celebrità tramite la forma filmica, spesso musicale; dall’altra è dominante la brand identity di un marchio — come nel caso di Barbie (2023) — o di un cantante, specialmente quando a produrre sono gli stessi artisti o i loro familiari. Diventano così operazioni di marketing Bohemian Rhapsody (2018), Michael — la firma della star compare nei titoli di testa come il logo Mattel nel film di Gerwig, suggerisce Del Pozzo — e persino Mixed by Erry (2023), aggiunge ironicamente Gallone.

Roy Menarini interviene su

Roy Menarini interviene su “Il film nel XXI secolo”

Nell’era dei social, per Gallone il cambiamento del rapporto tra oggettività e cinema si manifesta nel film Realtà: un documentario che si ibrida, da Una storia americana (2003) di Andrew Jarecki — nel quale gli home movie passano dall’essere massima espressione di autenticità a principio di autorappresentazione — fino al cortocircuito costituito dal dittico Love & Secrets (2010) e The Jinx (2015), dove la realtà non può più sfuggire alla propria raffigurazione.

Il documentario e la sua evoluzione nel nuovo millennio continuano a porre interrogativi sul concetto di realtà, sul patto discorsivo della fedeltà e sul grado plausibile di intervento. In Italia il discorso è emerso, per esempio, nel lavoro di color correction di Gianfranco Rosi in relazione alla morte in Fuocoammare (2016). All’estero Herzog ha insistito per anni sull’importanza che ogni minuto di un film assume rispetto al suo posizionamento. Secondo Menarini «ancora oggi il cinema anti-hollywoodiano si incarica di uscire dai generi, dall’immaginario e dall’escapismo per confrontarsi con il reale».

In questo nuovo paradigma risulta interessante e necessario comprendere anche l’approccio dei maestri, ancora centrali nel segno della sperimentazione: sia nelle vesti di storiografi — Scorsese, il lavoro con la Cineteca di Bologna e le sue ultime opere magmatiche — sia nell’applicazione di sistemi di pensiero fluidi sul tempo, la tecnologia, l’immagine e la morte, come nelle recenti opere di Coppola e Cronenberg.

A tal proposito, il film America attraversa la storia degli Stati Uniti imprimendo sulla pellicola lo spirito del tempo, secondo la tendenza mitopoietica americana e i dubbi politici degli autori. Fondamentale Eastwood: vengono citati American Sniper (2014) e Ore 15:17 – Attacco al treno (2018). Negli ultimi anni, l’ambiguità del potere rappresentata in Civil War (2024) e House of Dynamite (2025) si scontra con il racconto delle classi sociali meno abbienti e con la genesi dell’elettorato MAGA, a partire da problematiche sociali che prescindono da destra e sinistra; è il caso di Elegia americana (2020).

Impossibile escludere il film Eroe, vero segno del XXI secolo, nel quale le tipologie sembrano fondersi e le scelte industriali e narrative procedono insieme tra sequel, remake, universi condivisi e relativi fallimenti. «L’industria che si espone mi interessa molto»: Menarini si richiama alle teorie di Roberto Silvestri e Giona A. Nazzaro, secondo cui il blockbuster rappresenta lo stato dell’arte del pensiero tecnologico — emblematico Cameron. «I film industriali sono i migliori critici di sé stessi; quando arrivano i tre Spider-Man [in No Way Home, 2021] e tu sei immerso nel boato di una sala da 1100 posti, non puoi rimanere indifferente». Del Pozzo vi legge un ritorno al cinema delle attrazioni, alla meraviglia del pre-cinema; ne parla nel suo saggio del 2021 Marvel Cinematic Universe, edito da Cento Autori.

La sala del CasaCinema Napoli

La sala del CasaCinema Napoli

Inevitabile, tra queste due correnti, la tangente del cinema americano black: il discorso oscilla tra autoconsapevolezza etnica, emancipazione e inclusione forzata. Al riguardo, nel 2024 Gallone ha pubblicato Storia del Black Cinema, volume storiografico con prefazione di Menarini edito da Martin Eden. «Non basta fare un Black Panther con un’intera crew nera per risolvere una questione atavica. Questo coacervo di suggestioni lascia intuire che la questione razziale sia ben lontana dall’essere risolta», afferma.

Resta la pacca del produttore bianco sulle spalle dell’autore nero. In qualche modo rivoluzionaria appare la parabola di Ryan Coogler, dimostrazione che «di fronte al denaro non c’è razzismo che tenga». Ed è proprio in Sinners (2025) che si intrecciano numerose tematiche: per Menarini «un film molto separatista. In questi film c’è spazio per la radicalità, anche nel cinema mainstream, talvolta riconosciuta e talvolta no; un elemento sostanziale oggi, soprattutto dopo le proteste del movimento BLM».

Eppure, per Gallone, «pensare che Netflix o Disney+ abbiano una qualche funzione pedagogica è ingenuo; nel momento in cui il ritorno economico venisse meno, si tornerebbe a produrre contenuti razzisti sulle piattaforme». Già se ne intravedono alcuni segnali, conseguenza di un mutamento culturale che, dal mondo post-Obama fino alla presa mediatica di Trump, ha interpretato le tendenze sempre e solo in funzione del denaro. Nonostante la vittoria di film dai messaggi sovversivi, Del Pozzo si dichiara deluso dalla serata degli Oscar: «Il gruppo di Coogler non ha detto neanche una parola… si percepisce che hanno paura».

 

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Lorenzo Di Paola

Laureato in Lingue, cerco di capire cosa fare nella vita. Nel frattempo lavoro e parlo di cinema, partecipo a festival e shitposto nel tempo libero.

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