L’arte di celare e lasciarsi scoprire

Editoriale

Maggio 24, 2026

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Conversazione con Alfredo Maiorino

Alfredo Maiorino, artista e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, nasce a Nocera, da cui prende avvio un percorso che lo porterà a collaborare con istituzioni museali e realtà culturali nazionali e internazionali. Ha partecipato, tra le altre, alla 54ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, alla 13th Space International Print Biennial del Seoul Museum of Art e alla XIV Quadriennale di Roma. Dal 14 maggio è presente a Napoli con una mostra personale allo Studio Trisorio: Geometrie variabili, visitabile fino al 20 giugno 2026.

Da cosa prende avvio un suo lavoro?

«Un lavoro nuovo non nasce mai da un’intuizione estemporanea. È sempre la conseguenza diretta di ciò che ho fatto prima, di una posizione che metto in discussione ogni giorno. È un processo che si sedimenta, che si sviluppa come una forma di resistenza.

Ogni opera è un passaggio, un punto di arrivo provvisorio che apre inevitabilmente quello successivo. È un movimento continuo, quasi inevitabile, che non controllo del tutto ma che riconosco quando si manifesta.»

Il disegno l’accompagna fin dalla tenera età: in che modo questa attitudine ha orientato il suo percorso e il suo modo di essere artista oggi?

«Il disegno è stato il mio primo linguaggio. Da piccolo passavo le giornate a disegnare e a scuola finivo per fare i disegni per tutti i miei compagni. Non avevo un percorso già definito, ma sapevo che qui sarei arrivato. Questa naturalezza non mi ha mai abbandonato: ancora oggi il disegno è la base di tutto, anche quando lavoro con materiali diversi.

È un modo di osservare, di misurare lo spazio, di capire come una forma possa emergere o dissolversi. Anche nell’insegnamento cerco di trasmettere questo: non una tecnica, ma un modo di guardare.»

Che tipo di esperienza cerca in chi guarda le sue opere?

«Viviamo in un tempo che brucia tutto molto velocemente. Io cerco di creare una pausa, un rallentamento. Non voglio dare risposte, ma aprire uno spazio in cui lo spettatore possa porsi delle domande. Nel mio lavoro, e anche nell’insegnamento, cerco di far emergere le potenzialità che ognuno porta con sé. Tutti abbiamo un nucleo, una capacità latente che può diventare un linguaggio. Questa apertura è fondamentale, perché significa lasciare spazio alla possibilità di costruire domande. Basta una sola domanda per generare un movimento, un’attrazione verso ciò che non è immediatamente leggibile. I soggetti che rappresento sono realizzati proprio per creare questa ambivalenza: forme che emergono e si ritirano, elementi che sembrano apparire e scomparire dietro il vetro opaco.

Questa modalità non è nuova nel mio lavoro: c’è una continuità profonda. Io nasco con una forte attenzione per le forme originarie. Nelle mie prime opere utilizzavo elementi come la ciotola o la mezza sfera: la ciotola, ad esempio, è uno dei primi strumenti creati per raccogliere, contenere, misurare. Mi interessava il modo in cui dialoga con lo spazio, come costruisce un volume, come la luce si deposita sulla sua superficie. Oggi il linguaggio e i materiali sono cambiati, ma quella logica è rimasta: continuo a lavorare su ciò che appare e scompare, è lì che, per me, si apre davvero lo spazio della visione.

Ritorna allo Studio Trisorio dopo sei anni dall’ultima mostra per presentare i suoi nuovi lavori. Come mutano in base all’ambiente che sceglie per esporli?

«Quando ho iniziato a pensare a Geometrie variabili ho percepito immediatamente che lo spazio della galleria era già in dialogo con il lavoro che stava nascendo. Per questa mostra ho immaginato i lavori come un pentagramma musicale. Ogni opera è una nota. Tutto doveva dare vita a una melodia visiva. Per questo il percorso espositivo segue una struttura precisa: si apre con due opere singole, prosegue nelle teche, una accanto all’altra, che costruiscono la parte centrale della composizione, e si conclude con il grande polittico nell’ultima sala, che rappresenta la risoluzione finale, il punto in cui tutte le tensioni trovano un equilibrio.»

Geometrie variabili si sviluppa tra le due sedi dello Studio Trisorio, quella storica di Riviera di Chiaia e la vetrina di via Poerio. Perché ha scelto di articolare la mostra tra spazi con modalità espositive così diverse?

«Le forme geometriche che utilizzo sono forme primordiali e la loro presenza è percepita più che vista. La mostra prosegue nella sede di via Poerio, dove ho scelto di esporre una serie di disegni. Qui il linguaggio cambia completamente: le opere sono molto più immediate, si vedono le stratificazioni, il tratto, il materiale. Ho deciso di appenderle con semplici spilli da cucito, una scelta ponderata che è stata condivisa anche dalla gallerista.

Le due sedi dialogano proprio attraverso questa doppia natura: da un lato la forma velata, sospesa, filtrata dal vetro; dall’altro la forma esposta, diretta, che mostra il processo senza protezioni. In totale sono esposte 84 opere, realizzate tra il 2022 e il 2026.»

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