L’orrore dai Gen Z, per i Gen Z
Viviamo in un mondo di ossessioni e scorciatoie. Tutti cercano di ottenere tutto e subito, senza sforzo. Nel diciottesimo secolo, Lessing sosteneva che «l’attesa del piacere è essa stessa il piacere». Il capitalismo ha spazzato via tale presupposto, bombardandoci con brevi scariche di dopamina. E se l’amore o la sua proiezione, sentimentale o sessuale, si trova a qualche chilometro o swipe da noi, il suo ottenimento deve essere immediato. Lo segnala il radar di un’app di incontri o un messaggio nei direct. Non lo sguardo e nemmeno una connessione reale. L’annientamento della naturalezza sostituisce un legame vero. Quindi l’amore è controllabile: plasmabile a proprio piacimento, dettato dalle necessità di chi lo desidera… o lo impone.
La formula del successo
Non ci è dato sapere se Bear (Michael Johnston) pensi a tutto ciò. Ma la sensazione è che Curry Barker, regista classe ’99 di Obsession, abbia fatto centro nel definire la Gen Z e le sue contraddizioni. Un film che si sta rapidamente imponendo come un instant cult dalle mille e densissime letture. Un horror psicologico sulle basi maschiliste e morbose dei rapporti tossici – preservate dall’uomo e introiettate dalla donna – capace di annientare i cliché attraverso un’atmosfera ansiogena e una colonna sonora straniante, fino a un finale dalle tinte gore. Qual è la formula del successo?
Innanzitutto, un meccanismo narrativo apparentemente semplicissimo quanto stratificato: l’amore tanto agognato sfocia in incubo. Quattro personaggi intrecciati tra amicizia e sentimento. Una cinquina di ambienti arricchiti da scenografie ben curate. Un deus ex machina (la zampa di scimmia di un episodio de I Simpson, a sua volta ispirata dall’omonimo racconto del 1902) che non necessita di alcuna spiegazione. Una regia minuziosa nel comporre inquadrature ricche di simbolismi: vie di fuga spesso bloccate; spazi opportunamente vuoti riempiti al momento giusto; dettagli fondamentali lasciati in sospeso per stimolare l’inconscio dello spettatore. Ma, soprattutto, un budget risicatissimo di appena un milione di dollari, capace di macinarne oltre cento in tutto il mondo (e addirittura fare le scarpe a The Mandalorian and Grogu).

Il protagonista come un inetto
Barker si concentra su una figura scissa tra male loneliness e atteggiamenti incel, sin dal monologo iniziale. Malato di una giovinezza che lo rende inerte e inerme, anestetizzato da una depressione silenziosa, ma altrettanto problematica. Bloccato tra i suggerimenti di amici, forum online e intelligenza artificiale. Bear è soltanto capace di lasciar decidere le sorti della sua infatuazione agli altri, di farsi scivolare addosso la vita piuttosto che prenderla in mano. Il cortocircuito avviene proprio quando può realizzare ogni desiderio con un semplice schiocco di dita. O meglio, alla rottura di un One Wish Willow, un ramo di salice. Di per sé, un oggetto non malefico, semmai mefistofelico, alla cui base ci cela un sinistro patto col diavolo. È chi e come lo utilizza a renderlo pericolo.
Parliamo di un uomo inetto e passivo, il cui prototipo di relazione sentimentale è deviato dall’impellenza di un qualsiasi amore e non dell’amore, dall’idea astratta che ha. «Mi serve amore», dichiara inquieto nei primi minuti. «Tutto ciò che hai è il tempo», replica Ian (Cooper Tomlinson). Ma il ragazzo non può attendere. Incapace di esprimere i propri sentimenti, sceglie la via facile. La sua è una fantasia distorta e condannata fin dal principio. L’innamoramento, l’autentica scoperta dell’altro e la vulnerabilità che ne consegue resta secondaria rispetto alla necessità di un rapporto già instaurato. Non è da escludere che, con la dovuta naturalezza, possa davvero nascere qualcosa. Ma Bear pretende una normalità impossibile quando è ormai troppo tardi. Ed è emblematico come, al momento opportuno, sia pronto a tradire Nkki con Sarah (Megan Lawless).
Il ruolo della protagonista
Ma il film si regge sulla grandissima performance di Inde Navarrette, di diritto nuova scream queen accanto a colleghe del calibro di Melissa Barrera, Jenna Ortega e Mia Goth (Barker cita Pearl tra le reference). Il femminile gioca un ruolo fondamentale nella storia, in termini di prospettiva e d’influenza subìta dallo sguardo predatorio maschile. Nikki non è l’interesse amoroso: è l’oggetto del desiderio. Bear non vuole la vera lei, ma la sublimazione del mito amoroso. Non è mai realmente una minaccia, almeno fisica, per l’amato: la violenza si esprime soltanto su sé stessa e su chi sta attorno a lui.

Si può parlare di relazione?
L’orrore risiede nell’ambiguità quotidiana della relazione amorosa. Il comportamento di Nikki è ossessivo, al limite dell’infantile, del cringe e del perturbante. Nella prima parte, i suoi gesti rimpiazzano quelli della gatta Sandy, come a volerla sostituire. La storia di Hansel e Gretel (riflesso del suo subconscio intrappolato che lo vede come il suo fratellino) sciocca gli amici alla festa ribaltandone la dinamica fraterna in senso incestuoso. L’oscura proiezione della ragazza (accentuata da un grande lavoro di fotografia e trucco) si sottomette ai dettami del modello patriarcale, per cui la donna tende inconsciamente a essere quel che l’uomo vorrebbe, a indossare una maschera che a mano a mano ne sostituisce il volto. Nel finale, Nikki arriva al punto di sottrarre l’aspetto di Sarah. In tal senso, Gianluca Arnone su Cinematografo paragona il comportamento della ragazza al tono assertivo delle IA.
Contemporaneamente, la vera Nikki è prigioniera in un ruolo contro la sua volontà e, nei pochi momenti di lucidità, lotta contro sé stessa. Si risveglia quando il subconscio le segnala che qualcosa non va. Il suo pianto mascherato da orgasmo è in una scena di sesso dichiaratamente coercitiva. «Non sono io» ripete ferendosi. Eco dei doppelgänger che popolano il cinema contemporaneo, da Lynch (la stessa frase la pronuncia Laura Dern in Twin Peaks 3, 2017) a Peele (Us, 2019). Quando «il mostro dorme», arriva persino a pregare Bear di ucciderla. E nel frattempo, lui, indietreggiando lentamente, cosa risponde? «È così brutto stare con me?». Nell’inettitudine, si rivelano la sua codardia ed egoismo: preferisce averla da vittima piuttosto che liberarla dal sortilegio. Bear «non vuole aggiustare la situazione. Vuole farla funzionare», sostiene il regista. Sono proprio questi due aspetti del carattere che, ritorcendoglisi contro, prima mettono in moto il film (la mancata dichiarazione e il desiderio) e poi lo concludono (le pillole che ingoia e tenta di vomitare).

La rinascita di un genere
Che la rinascita dell’horror sia finalmente completata? Sull’onta del successo ottenuto da metà anni Dieci, il genere pare oggi vivere un nuovo periodo di splendore. Ispirati dai Millenials che li hanno preceduti, Peele è del 1979, ma Eggers e Aster sono rispettivamente dell’83 e dell’86. O li stanno accompagnando come Kyle Edward Ball con Skinamarink (2022); i fratelli Philippou con Talk To Me (2022) e Bring Her Back (2025); Jane Schoenbrun e la sua trilogia dello schermo; gli indipendenti Shelby Oaks (2024) di Chris Stuckmann e Iron Lung (2026) di Markiplier. I due registi del momento sono giovanissimi: Curry Barker ha ventisei anni, Kane Parsons è appena ventenne.
Non è un caso che molti di loro, nati alla soglia del XXI secolo, abbiano canali YouTube o vengano dall’internet. Da una parte, un luogo di formazione, scoperta e sperimentazione tramite i suoi misteri e le sue leggende metropolitane, cresciuti tra SCP e creepypasta. Dall’altra, l’origine di tante dipendenze, storture sociali e dinamiche tossiche spesso (ig)note. Barker intercetta queste problematiche con lucidità, anche quando sembrano lontane suggestioni. I suoi protagonisti sono plasmati su modelli capitalisti introiettati dalla nascita, in qualunque ambito, anche quello amoroso. Gli strabilianti numeri di Obsession, in gran parte figli del passaparola, sembrano dire soltanto una cosa: le nuove generazioni hanno fame di un cinema che li stimoli e gli appartenga, per linguaggio e contenuto. Dovesse essere questa la tendenza d’ora in avanti, allora siamo sulla buona strada.
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