Vince il David di Donatello per Miglior Film
Spesso il cinema italiano contemporaneo lascia addosso la sensazione di un linguaggio ormai impoverito. Poi arriva Città di Pianura di Francesco Sossai, e torna a farsi strada l’idea di un cinema ancora capace di essere autentico, visionario e profondamente umano.
Il nuovo film di Francesco Sossai ha conquistato numerosi riconoscimenti ai David di Donatello, compreso quello per il Miglior Film, e la cosa non sorprende affatto.

Il Viaggio e l’Architettura
Città di Pianura è un road movie. Non un’eccezione al genere, né un suo ribaltamento, ma piuttosto una reinterpretazione originale e contemporanea.
Il viaggio dei protagonisti è concreto e fisico: si attraversano strade, paesaggi e periferie. Ma, soprattutto, si attraversano vite sospese, incapaci di trovare un vero punto d’approdo. Anche quando sembra emergere una meta, il film continua a spostarla più avanti, come se l’unico modo possibile di esistere fosse continuare a fuggire. Ed è proprio qui che Francesco Sossai riesce a innovare il genere. La struttura classica è intatta, ma il viaggio è svuotato di qualsiasi reale possibilità di arrivo. La coppia è alla disperata ricerca di un ricordo, mentre Julio sembra avvicinarsi a qualcosa di indefinibile. Forse il segreto del mondo, che il film non svela mai, ma suggerisce continuamente.
Le immagini scorrono lente, si dilatano insieme alla trama, in un andamento che richiama il cinema di Antonioni.
Tutto sembra fondersi con l’architettura, anch’essa in stato di degrado, come se fosse il corpo stesso di un uomo stanco che porta con sé soltanto il ricordo di ciò che è stato: proprio come i protagonisti della storia. I due incontrano Julio mentre attendono Genio, un loro amico di vecchia data che sta tornando a casa dopo anni di assenza. Il ritorno dell’amico rappresenta la possibilità di una speranza, di una rivincita o di un nuovo inizio: un possibile compimento che però si rivela una ripartenza fragile e spoglia. È qui che, a mio avviso, si trova il segreto del film: attraversare il presente senza guardare troppo avanti, senza proiettarsi nel domani, dove tutto rischia di disperdersi.
«Non c’è mai un’altra volta»
La frase apre il viaggio che attraversa tutto il film: il desiderio dell’ultima birra, che non è mai davvero l’ultima.
Più che un traguardo, assume la forma di un’attesa continua, quasi quanto la morte, l’unica capace di interrompere definitivamente questa ricerca. Una ricerca che, in sottotesto, sembra coincidere con quella della felicità o della soddisfazione, ma che non arriva mai a consumarsi del tutto.
È qui che il rimando al Memoriale Brion di Carlo Scarpa, meta finale del film, diventa decisivo. L’architettura di Scarpa, costruita su vuoti, sovrapposizioni e riflessi d’acqua, non rappresenta semplicemente la memoria: la trasforma in una sospensione continua. Non esiste un punto conclusivo che risolva il significato, ma una struttura che lo trattiene senza mai chiuderlo davvero.
In questo senso, le tracce circolari lasciate dai bicchieri sul tavolo diventano un’immagine particolarmente significativa: non indicano un evento, ma la sua persistenza. Sono forme nate da un gesto concluso che restano come impronta, come residuo visibile di un’esperienza già avvenuta e, tuttavia, non del tutto esaurita.
Una percezione del reale
Immagini rarefatte dal tempo. Un modo concreto di vedere la realtà, che non sembra più cosi chiara, ma rumorosa, quasi da farci sembrare nostalgici di una sorta di presente continuo che si osserva come se fosse già passato. Il tempo non viene esplicitamente alterato, ma perde nitidezza, diventando una superficie più assordante che definita.
In questo equilibrio instabile si collocano atmosfere insieme oniriche e materiche, in cui nulla scivola nel folklore o nella dimensione surreale. È, piuttosto, la realtà stessa, nella sua ordinarietà, a presentarsi come un sogno a occhi aperti: familiare, concreta, eppure leggermente disallineata. La pianura diventa così uno spazio mentale prima ancora che fisico.
Infine, la narrazione non si fonda su una struttura classica di causa-effetto, ma su un andamento più episodico e percettivo, in cui ciò che conta non è tanto l’evoluzione degli eventi quanto il modo in cui gli eventi vengono attraversati.
Le situazioni si susseguono come frammenti di esperienza, legati tra loro da una continuità sottile, spesso più atmosferica che narrativa in senso stretto. Infatti, il film sembra essere costruito su pause e tempi dilatati, tanto da permettere solo di osservare passivamente e farsi attraversare, senza chiedersi cosa accadrà dopo o dare spiegazioni su ciò che è accaduto prima.
Le Città di Pianura aprono le porte a un nuovo genere più legato allo sguardo: uno sguardo che si trattiene sospeso tra presenza e memoria.
Ottimo. Le belle recensioni, anche se a volte sono più belle del film stesso, inducono ad andare al cinema. E questo è sempre un bene.