In un’epoca mancante di senso, c’è chi costruisce un suo significato
Sono molti i nomi che hanno avuto: alcuni più dolci, altri più aggressivi. «Dipende da come lo pronunci» sostiene Tarantina. Tra loro, spesso, non c’è un parere unanime. Ma per Napoli, la città del mare e della sirena Parthenope – metà donna e metà pesce –, sono e’ femmeniell. Ognuna con una propria storia, fatta di luci (del varietà) e ombre (della notte). Ognuna con una propria voce: rotta dall’emozione, da un passato non sempre facile da ricordare ma necessario da tramandare. Come la cucina della nonna o quegli sfottò tra pantomima e turpiloquio. Come una ballata popolare.

Dal basso all’alto; senza distinzioni di classe o anagrafiche. Melucci e Origo tracciano una linea trasversale nelle questioni della comunità queer napoletana, una delle più grandi e antiche d’Europa. I volti di chi ha vissuto certe esperienze sulla propria pelle si trasformano in materiale filmico puro. Il cinema li nobilita. La messa in scena – al contempo sobria ed eccentrica, sacra e sacrilega, nuda e cruda – li rende meritevoli di un rispetto che, agli occhi del pregiudizio, mancherebbero.
Perché il loro è un racconto di resilienza, fluido attraverso lo spazio e il tempo che hanno attraversato. È il racconto di persone che respirano la nostra stessa aria, combattono le stesse battaglie contro i mali del mondo. Cacciano persino i fascisti con le spranghe. E continuano a lottare, ancora oggi a testa alta, per rivendicare i loro diritti. In primis, il diritto a un lavoro dignitoso, a una vita dignitosa. Non esclude neanche la prostituzione, contemporaneamente mezzo di sopravvivenza e mestiere più antico al mondo. La sinistra, per Loredana (e non solo), pare aver dimenticato il tema in favore di etichette e appellativi.

Eppure, l’uso che si fa di certe parole ha tante volte cambiato il corso storico degli eventi. Sussurrate nei quartieri e nei saloni delle parrucchiere; urlate nelle piazze o pronunciate nelle aule di tribunale. La riappropriazione parte da qui: dall’attivismo di Sara, Porpora e Jackie. Dal primo matrimonio transgender in Italia tra Samantha e Tommy. Così, in un’epoca mancante di senso, le femmenelle decidono di costruire un loro significato, una loro identità.
Molte hanno ricevuto un rifiuto dalla famiglia e altrettante un sostegno. C’è chi ha pregato di morire per non deludere i genitori e chi ha sfidato gli insulti, nonostante la timidezza, diventando ancor più eccentrica. C’è chi è devota alla religione e chi allo spettacolo. La pluralità di genere, dunque, si riflette in una pluralità di strade ed opinioni. Ciò si traduce in una fotografia della collettività transgender a contatto con i miti secolari e le contraddizioni del contemporaneo, piuttosto che in un’opera di stampo divulgativo.

La regia di Melucci e Origo, infatti, cala le protagoniste in una dimensione sospesa, tra il reale e il fittizio. L’efficacia sta in un gusto per il divino, consacrato e profanato dal parto di un bambino di legno nelle catacombe. La scenografia spazia tra l’ambiente urbano e rurale, come dimostrano il piccolo anfiteatro abbandonato in cui si presenta Jackie o le immagini del peregrinaggio a Montevergine, verso Mamma Schiavona.
La speranza di un domani più giusto per tuttə convive con il pessimismo di un mondo a rotoli. Mondo che non deve, tuttavia, paralizzarci, bensì portarci coi piedi per terra. Il vigore e l’orgoglio della comunità queer, di una mente aperta quanto di corpi mutevoli, sono i simboli dell’utopia incarnata, del ritorno a una forma di società senza distinzioni di genere, etnia e classe sociale. O, molto semplicemente, all’idea originale di umanità.
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