Valentina Tanni: tra visual culture, folklore digitale e brainrot

Editoriale

Giugno 22, 2026

Intervista a Valentina Tanni

Qual è stata l’immagine online che più l’ha colpita e fatta riflettere sul suo lavoro negli ultimi anni?

Passo moltissimo tempo online e studio la cultura visiva che nasce e si propaga su internet da ormai quasi tre decenni; quindi, per me è davvero impossibile scegliere una singola immagine. Inoltre, credo che oggi le immagini traggano potere dalla loro natura interconnessa e reticolare, dal loro essere sempre un anello all’interno di una lunga catena, una molecola di un grandissimo organismo in espansione. Tra tutte queste “costellazioni” visive, sicuramente quella degli spazi liminali ha avuto per me particolare importanza e ha guidato molte delle mie riflessioni e ricerche.

Molti studiosi parlano della rete in termini sociologici o tecnologici; lei invece la analizza attraverso immagini, simboli e immaginari nostalgici. Perché?

Credo che sia importante studiare internet da tutti i punti di vista. L’aspetto tecnico e infrastrutturale, quello sociologico, quello psicologico, quello politico. Io però sono una storica dell’arte e una studiosa di cultura visiva, per questo concentro la mia attenzione sulla produzione culturale, e in particolare sulle immagini, intese come veicoli di espressione artistica, ma anche come “sintomi” di una certa temperie culturale, di una certa visione del mondo.

Nei suoi testi fa spesso dialogare Duchamp, le avanguardie storiche e i meme. Qual è il filo che collega queste pratiche?

Si tratta di una cornice interpretativa che ho sviluppato durante la scrittura di Memestetica. Si basa sull’osservazione di una serie di somiglianze tra la produzione amatoriale online e l’arte d’avanguardia (avanguardie sia storiche che più recenti). Sempre più persone al di fuori del mondo dell’arte, infatti, adottano concetti e pratiche che sembrano attingere direttamente alla tradizione del concettualismo e della performance art, anche se perlopiù inconsapevolmente. Per descrivere simili tattiche culturali, lo studioso canadese Darren Wershler ha coniato l’espressione perfetta. Le chiama conceptualism in the wild – ovvero “concettualismo selvaggio”. Molte pratiche tradizionalmente associate alla storia dell’arte contemporanea fanno ormai parte di un linguaggio condiviso e diffuso, in cui l’appropriazione, la deviazione dei significati, la manipolazione dell’immagine, la messa in scena del sé e la deriva verso l’assurdo e il surreale sono parte integrante di un gioco collettivo universale.

In Exit Reality descrive internet come una dimensione quasi allucinatoria. Perché oggi le estetiche digitali sembrano così legate alla nostalgia e all’inquietudine?

Nel libro, internet è descritto come una dimensione allucinatoria perché facilita l’immersione, la derealizzazione e il viaggio interiore. È un luogo in cui il nostro corpo non può entrare ma in cui la coscienza tende a spostarsi. La nostalgia, in questo contesto, non è mero rimpianto del passato, quanto piuttosto l’espressione di un intenso desiderio di superare i limiti dello spazio e del tempo. Non abita solo la memoria, ma l’immaginazione. L’inquietudine è il prezzo da pagare se abiti una soglia.

Le backrooms, il weirdcore o la vaporwave parlano di spazi liminali e realtà instabili. Cosa raccontano del nostro rapporto con il presente?

Raccontano di un diffuso senso di incertezza e del collasso di un senso della realtà condiviso. Ci dicono che non sappiamo più bene dove finisce il reale e dove comincia la simulazione, cosa è memoria e cosa è suggestione. La memoria personale e quella collettiva (mediata dai contenuti che consumiamo) si stanno mescolando.

Pensa che le estetiche nate online siano il nuovo folklore?

Senz’altro sono folklore. Hanno tutte le caratteristiche: nascono in forma anonima o collettiva, non hanno un autore unico, e soprattutto vivono nella trasmissione. Una storia come quella delle backrooms non è scritta da qualcuno una volta per tutte: viene raccontata, ripresa, modificata, ampliata da migliaia di persone, e a ogni passaggio cambia. È esattamente il meccanismo delle leggende popolari.

Come possiamo metterle a paragone con il folklore pagano o arcaico? Ci sono dei collegamenti?

I collegamenti ci sono, e sono profondi. Il folklore arcaico nasceva per popolare l’ignoto: il bosco, il buio, i luoghi di confine venivano riempiti di spiriti, mostri, presenze, perché dare un volto alla paura era l’unico modo per renderla abitabile. Le estetiche nate online fanno la stessa cosa con lo spazio digitale e con i nuovi vuoti che produce. C’è soprattutto una continuità sulla questione della soglia. Nelle culture arcaiche i luoghi liminali (gli incroci, le porte, i passaggi, le ore sospese tra giorno e notte) erano i più carichi di sacro e di pericolo: lì il mondo ordinario si assottigliava e poteva entrare qualcos’altro. Le estetiche liminali di oggi reagiscono allo stesso istinto: avvertono certi spazi come soglie verso un “altrove”.

Cosa rappresentano per lei i brainrot e perché sono un fenomeno così popolare in rete?

Brainrot – alla lettera “marciume cerebrale” – è stata la parola dell’anno 2024 per l’Oxford Dictionary: nasce come slang per descrivere il presunto deterioramento mentale provocato da un consumo eccessivo di contenuti online scadenti, ma indica anche una famiglia di estetiche che incrociano nonsense e iperstimolazione. Il caso che trovo più interessante è l’Italian Brainrot, perché in un’epoca in cui l’universo memetico è sempre più frammentato (complici selezione algoritmica e filter bubble) rappresenta un raro caso di meme mainstream. Nato in una nicchia minuscola di memer italiani, ha raggiunto in breve tempo un pubblico enorme e una diffusione globale. Dal punto di vista estetico e linguistico è l’evoluzione più recente di una serie di tendenze radicate nella cultura di internet: il gusto per il nonsense, l’assurdo e il politicamente scorretto. Sono attitudini che abbiamo già visto molte volte – nei video YouTube Poop, per esempio, ma anche nei meme meta-ironici, nei dank e deep-fried meme e, più di recente, nei contenuti del brainrot classico come Skibidi Toilet. Ma forse il paragone più calzante è con i rage comics, quei fumetti web disegnati malissimo che spopolavano nei primi anni Dieci e facevano parte di un universo narrativo condiviso. Oggi non serve più aprire MS Paint o un’altra app di editing per costruire un personaggio: lo si crea facilmente con strumenti di AI generativa. Questi strumenti permettono di fondere oggetti e idee nei modi più casuali con grande facilità, conferendo al tempo stesso alle immagini quel look generico così riconoscibile, quella sorta di estetica del mid (né bello né brutto, perfettamente nella media) che le applicazioni commerciali di text-to-image sanno produrre benissimo.

C’è un legame tra le estetiche brainrot e le avanguardie artistiche del ’900, come dadaismo e surrealismo?

La prima volta che mi sono imbattuta in un video di Italian Brainrot (era Lirilì Larilà, l’elefante-cactus che vaga nel deserto) mi sono venuti subito in mente due riferimenti: le filastrocche di Gianni Rodari e i dipinti di Salvador Dalí. Il video, però, non trasmette né l’ironia immaginifica dello scrittore italiano né le atmosfere perturbanti del pittore surrealista. L’AI generativa svuota la forma del suo contenuto, del suo significato e della sua vibe, lasciando il nonsense a galleggiare puro e semplice davanti ai nostri occhi. Ed è proprio questo vuoto a catturare l’attenzione delle persone, soprattutto tra i più giovani: non c’è davvero nulla da decifrare. I miei studenti sostengono che la forza dell’Italian Brainrot stia esattamente in questo. Nel suo essere stupido e privo di senso. Il nonsense, come sappiamo, è stato uno dei territori esplorati a lungo sia dai dadaisti che dai surrealisti.

Pensa che il web stia producendo nuove forme di ritualità e religiosità collettiva?

Esistono forme rituali, sì, anche se in forma molto diluita e sparsa. Online ripetiamo gesti che hanno la struttura del rito: scrolliamo, postiamo, partecipiamo a trend e challenge, riproduciamo formule e formati condivisi. Sono liturgie che scandiscono il tempo e creano appartenenza. Ma è una ritualità generica e sincretica: prende pezzi da tutto, li mescola senza un sistema. È la forma del rito senza il suo contenuto. Di religiosità in senso proprio, invece, non mi sentirei di parlare. La religione presuppone una cosmologia condivisa, un ordine del mondo, una fede che tiene insieme i gesti e dà loro un significato. Semmai parlerei di misticismo. C’è una spinta diffusa verso l’ineffabile, verso stati alterati di coscienza, verso un altrove che non si riesce a nominare; le estetiche liminali, l’attrazione per il vuoto e per il perturbante vanno in quella direzione. È un misticismo senza dottrina, fatto di esperienza. Non una nuova religione, ma il desiderio, molto antico, di toccare qualcosa che ecceda il reale, un bisogno diffuso di trascendenza.

 

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