”Arion” – L’Olimpo più nero e tragico, nel dramma più umano

Editoriale

Giugno 28, 2026

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Se pensate alla mitologia greca applicata all’animazione giapponese degli anni Ottanta, la mente viaggerà quasi sicuramente verso i pettorali marmorei e le armature scintillanti dei Cavalieri dello Zodiaco o, per i più nostalgici, verso gli occhioni vintage e le canzoncine della simpatica Pollon. Eppure, nel 1986, le sale cinematografiche nipponiche venivano scosse dal debutto di un’opera titanica rimasta troppo a lungo nell’ombra dei grandi successi commerciali dell’epoca, soprattutto in Occidente. Un film visivamente sbalorditivo, tragico, sontuoso e fiero, capace di riscrivere il mito classico con la forza d’urto di un meteorite: Arion.

Diretto da Yoshikazu Yasuhiko, già character designer del leggendario e rivoluzionario Mobile Suit Gundam, questo lungometraggio è un vero e proprio kolossal mitologico, un’opera monumentale che merita assolutamente di essere riscoperta oggi. Non solo come prezioso pezzo da novanta dell’ animazione d’epoca per collezionisti e appassionati, ma come un affascinante, coraggioso cortocircuito estetico e concettuale tra la drammaturgia classica occidentale e la sensibilità pop moderna del Sol Levante.

Un nostalgico banchetto (analogico) per gli occhi

Dal punto di vista puramente visivo, Arion è un miracolo assoluto di artigianato analogico. Il film incarna alla perfezione l’età dell’oro dell’animazione bidimensionale, quel momento magico e forse irripetibile della storia del cinema prima dell’avvento massiccio della CGI e della digitalizzazione. Un’epoca in cui ogni singolo frame trasudava inchiostro, precisione millimetrica e puro talento artistico.

L’estetica del film è una meraviglia costruita su contrasti magnetici. A cominciare dai fondali mozzafiato: campiture di colore profonde, stratificate, che fondono sapientemente il gusto delle illustrazioni classiche europee dell’ Ottocento con accenni cromatici quasi fantascientifici e psichedelici. Le animazioni risultano dinamiche e vibranti; i combattimenti all’arma bianca, le cariche furiose dei carri da guerra e le colossali battaglie campali hanno una fluidità, una violenza e un senso del peso dei corpi che l’animazione digitale moderna fatica ancora oggi a replicare in modo altrettanto caldo e viscerale. La ciliegina sulla torta è però il tocco orchestrale di Joe Hisaishi; la colonna sonora, firmata dal celeberrimo compositore diventato leggenda vivente per le musiche dei film di Hayao Miyazaki, eleva ogni singola scena a livelli di epicità straordinari, mescolando un sinfonismo classico e magniloquente a graffianti sintetizzatori tipici degli anni ’80.

Arion

Yasuhiko non si limita affatto a illustrare la Grecia antica; la reinventa da zero con un’audacia visiva che lascia a bocca aperta. L’Olimpo si trasforma così in una fortezza algida, geometrica, quasi tecnologica, un regno sospeso di divinità corrotte, ciniche e spietate. Al contrario, il mondo sotterraneo dominato da Ade brulica di creature grottesche, ombre espressioniste e atmosfere opprimenti. Visivamente, il film è un trionfo continuo di epica, design e pura magniloquenza visiva.

La tragedia greca incontra il dramma dinastico

Ma dietro i muscoli visivi e le meraviglie tecniche c’è uno scheletro narrativo potente, che affonda le radici direttamente nella drammaturgia classica. Arion non è una favoletta edulcorata in stile miti d’oggi per bambini. Qui il mito greco viene spogliato con violenza da ogni pretesa di giustizia divina o di ordine cosmico, per rivelare invece il suo nucleo più nero, ancestrale e perturbante: il dramma familiare profondo, l’incesto potenziale, il parricidio e l’ineluttabilità schiacciante del destino.

Arion

Il giovane protagonista Arion, strappato in tenera età alla madre Demetra e cresciuto dal cupo Hades nel regno dei morti, viene astutamente manipolato e convinto che il re dell’Olimpo, Zeus, sia l’origine di tutti i mali del mondo. Inizia così un viaggio di vendetta che ricalca alla perfezione le strutture e i tormenti della tragedia greca. Impossibile non ravvisare echi dell’Edipo Re di Sofocle o dell’Orestea di Eschilo!

I nodi focali del racconto sono i grandi archetipi della nostra cultura. Abbiamo il conflitto generazionale insanabile tra padri tiranni e figli ribelli, la cecità dell’eroe di fronte a una verità troppo dolorosa da accettare, e la guerra vista come un tritacarne inevitabile, alimentato esclusivamente dall’orgoglio e dall’egoismo dei potenti.

Ma le divinità non sono entità superiori e benevole, ma despoti capricciosi, politici corrotti e spietati strateghi intrappolati in una faida dinastica senza fine. In questo senso, l’operazione di reinterpretazione è straordinaria: la mitologia diventa la lente d’ingrandimento ideale per parlare delle dinamiche del potere, dell’assurdità della guerra e della tragica perdita dell’ innocenza.

Un respiro epico stretto nelle due ore

Se l’impatto visivo e lo spessore concettuale sono da dieci e lode, è sulla gestione dei tempi e della narrazione che il film mostra il suo fianco scoperto. La sensazione, durante la visione, è quella di trovarsi davanti a una storia dal respiro immenso, un’epopea talmente vasta, ricca e stratificata che fatica a contenersi ed esprimersi appieno. Condensare un world-building così monumentale, ricco di fazioni, legami di sangue e sfumature mitologiche in una pellicola di appena due ore si rivela un’impresa quasi disperata.

La sceneggiatura, pur scorrendo via con grande energia, risulta inevitabilmente un po’ troppo stretta e sacrificata nei vestiti rigidi del lungometraggio cinematografico. Il ritmo è infatti un po’ frenetico e incalzante; gli eventi si susseguono a rotta di collo, togliendo a volte fiato allo spettatore. Personaggi che sembrano cruciali appaiono e scompaiono nel giro di poche sequenze. Si notano anche evoluzioni psicologiche piuttosto repentine: legami affettivi complessi, colpi di fulmine e alleanze politiche decisive si stringono, si evolvono e si dissolvono nello spazio di un battito di ciglia, senza il tempo di sedimentare. Diverse sono le sottotrame appena accennate; molti elementi affascinanti dell’ universo mitologico orchestrato dal regista vengono solo sfiorati o bruscamente potati per far quadrare i conti della durata e correre dritti verso il titanico scontro finale.

Laddove la storia avrebbe chiaramente beneficiato di una narrazione più distesa, magari una serie a episodi o una saga cinematografica, il film è costretto a una continua sintesi pur di riuscire ad adattare la storia del manga per intero. Il risultato finale è un’esperienza straordinariamente travolgente e densissima, che però a tratti rischia di lasciare lo spettatore con la sensazione di aver assistito a un bignami di lusso, a un affresco monumentale visto da un treno in corsa.

Un verdetto critico senza tempo

Nonostante questa evidente compressione narrativa e strutturale, Arion resta un’opera magnetica, dotata di un fascino oscuro e maestoso che non ha perso un briciolo della sua forza originaria. È il perfetto esempio di come l’animazione giapponese di quel decennio d’oro sia stata magnificamente in grado di fagocitare la cultura e le radici letterarie dell’Occidente, digerirle a fondo e sputarle fuori sotto forma di un’epica pop totalmente nuova, visionaria e rivoluzionaria.

Per un giovane giornalista culturale o per qualsiasi appassionato che si trovi a scrivere di media oggi, Arion non è semplicemente un “vecchio anime degli anni Ottanta” da catalogare con nostalgia, ma una vera e propria lezione di stile e di coraggio registico. Un kolossal fiero che preferiva rischiare l’iper-saturazione di eventi e personaggi piuttosto che rinunciare alla complessità e alla serietà della sua messa in scena. Lasciate spazio alla riflessione critica: l’Olimpo non è mai stato così splendidamente, e modernamente, tragico.

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