“Pop Platform Seriality” – Un nuovo mo(n)do per l’audiovisivo?

Editoriale

Luglio 2, 2026

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Il libro a cura di Martina Masullo indaga le molteplici forme contemporanee dei media digitali

Razionalizzare il marasma seriale nell’era contemporanea è impresa già di per sé ardua. L’avanzata dei nuovi media digitali ha creato delle grandi e piccole forme, che ognuna a modo suo costituisce una forma di narrazione che crea un rispettivo immaginario, comunicando magari con uno specifico target. Sono narrazioni che non solo si fruiscono, ma si “abitano”, perché entrano dentro lo stile di vita e la quotidianità soprattutto delle fasce più giovani, in primis della Gen Z.

Un titolo che racchiude tre concetti chiave: Pop Platform Seriality. Pop è il mood oltre che l’estetica con la quale si interfacciano al fruitore i prodotti audiovisivi, un’era dove anche le cose più serie sono poppizzate: la politica, il programma scientifico e prodotti affini. Platform è il mezzo col quale vengono vissute, uno spazio on demand caratterizzato da una suddivisione del mercato senza precedenti, dove i molteplici abbonamenti permettono di vivere mondi, nei quali pescare secondo algoritmi personalizzati per l’utente quello che vorresti vedere o ti piacerebbe. Seriality è il concetto madre, saturato e spesso deturpato, eppure oggi ancora più importante di ieri, dato che il medium si evolve e rivitalizza, muta e si ramifica.

Pop Platform Seriality è il titolo – ma è anche una sfida – del nuovo testo a cura di Martina Masullo, edito da Martin Eden. Dentro di esso, svariati contributi di prestigiose firme del campo della sociologia, dei media studies, delle arti visive e digitali, per rendere il testo – così come la serialità odierna – un mondo da navigare e in cui addentrarsi. Una lettura riflessiva su prodotti audiovisivi che guardiamo ogni giorno, eppure la loro natura è così rarefatta da essere spesso enigmatica.

Oltre la post-serialità

Non è un caso che il primo saggio nel testo, dal titolo Quel che resta della serialità. Come la cultura di massa si compie e riscrive nelle piattaforme digitali, sia a cura del prof. Sergio Brancato, che già poco più di un decennio fa parlava di post-serialità nelle sue ricerche. Il libro di Masullo riprende proprio quest’eredità, per contestualizzarla in un mondo cambiato in pochi anni. Oggi appare riduttivo anche parlare soltanto di post-serialità, proprio perché questo medium in dieci anni è mutato tantissimo.

Ad occhi esterni questa teorizzazione sembrerebbe esagerata, ma scoprendo le dinamiche – grazie al supporto accademico e sistemico del testo -, si capisce che la serialità non solo in questi pochi anni è cambiata a livello narrativo, ma lo è soprattutto in chiave strutturale: fruizione, estetica e marketing.

Le mini-serie

Uno dei fenomeni preponderanti della nuova serialità sono le mini-serie, presentissime nel libro: quelle di matrice storico-politica (M – il figlio del secolo, con un saggio di Marco Colacino), i drama scolastici con sperimentazioni di stampo cinematografico (Adolescence, con un saggio di Pietro Ammaturo), la spettacolarizzazione della cronaca nera (Qui non è Hollywood, con un saggio di Antonia Cava). Un format narrativo breve, esaustivo, che non pregiudica un sequel, coerente con i tempi di fruizione del pubblico contemporaneo, e adatto a tutta la tipologia di target. Una ridutio della narrazione, che in realtà a livello contenutistico ha alzato l’asticella produttiva delle stesse.

Psicologia e rewatch

Non solo novità e sperimentazioni, ma anche ritorni, perché Pop Platform Seriality è anche collegato al tema della nostalgia, che serializzandolo vuol dire: rewatch. La “rimediazione” o meglio la “rilocazione” di prodotti seriali tradizionali, disponibili sulle piattaforme, ha attivato un forte senso nostalgico, verso utenti che desiderano vedere o rivedere in maniera più sistematica mondi che sono rimasti nel loro vissuto.

Seguendo gli studi psicologici contemporanei, il tema del rewatch è collegato a quello di comfort zone, lo spettatore – soprattutto dal post pandemia – ritorna in luoghi già vissuti, che rendono lo spazio casalingo una bolla che lo protegge e fortifica dal mondo esterno.

Forme ibride

Poi, le ibridazioni. Quelle che caratterizzano e rendono necessario un nuovo termine, che può essere appunto Pop Platform Seriality. Nell’era dei podcast e vodcast, non sono anch’essi forme di narrazione seriale?

Un grande interrogativo e una profonda riflessione che aleggiano direttamente (v. il saggio a cura di Alessio Ceccherelli) o indirettamente dentro al testo. Contenuti che fidelizzano attraverso una chiara logica di comunicazione, un utilizzo professionale e sperimentale delle piattaforme, creando un sodalizio tra quelle digitali e quelle caratterizzate dalla frammentazione: i social network.

Scrolling point. Testi e pubblici in frammenti di Tito Vagni è il saggio che si sofferma su ciò, perché i social ripresentano le narrazioni seriali sotto altre forme, come se fossero degli abstract mirati al catching o alla call to action dell’utente. Tuttavia, nell’era dello scrolling, quindi in un contesto social nel quale il pubblico si ritrova bombardato da una miriade di dati, non si riesce a gestire l’attenzione e focalizzarla verso un singolo elemento. Vediamo di più, ma in fondo guardiamo poco.

Pop Platform Seriality

cover di Pop Platform Seriality

Questione di immaginario

Si crea infine l’immaginario pop culturale (parte del titolo dell’ultimo saggio, anche questo non inserito lì a caso dalla curatrice, a cura di Fabio La Rocca), il quale è caratterizzato dall’evoluzione di un medium che è diventato in poco tempo così imponente da dialogare già con sé stesso, come fanno il cinema o altre arti, per reinventarsi.

D’altronde, la Pop Platform Seriality è un mix di “rimediazione”, sperimentazione, riproposizione sotto altre vesti di prodotti che nella vita delle persone non sono più soltanto di entertainment o semplici fenomeni, ma influenzano profondamente le logiche politiche, sociali, culturali e antropologiche dei nostri tempi.

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