Gianluigi Signoriello si rivolge senza mezzi termini ai giovani d’oggi. L’intervista
«Bravo. ’E sparato? Mo’ si omm’, oì». Bastano cinque minuti per demolire le certezze dei ragazzi in cella. Cinque minuti senza mezzi termini, occhi negli occhi, per denunciare una quotidianità di violenza indifferente. O di violenta indifferenza, parlando di quella borghesia preoccupata «se l’aereo di linea passa sopra le loro teste». Dando voce a chi una voce non ce l’ha più.
Un corto dalla semplicità disarmante che, in pochi giorni, ha raggiunto il milione di visualizzazioni e innumerevoli condivisioni sui social. Così Gianluigi Signoriello, attore e regista classe ’94, pur sempre con ironia beffarda, si rivolge direttamente ai giovani di oggi. A chi cammina per le strade, prima che sia troppo tardi; e a chi, in carcere, sta già scontando le proprie colpe.
Traviati da pippate e champagne, fotografie con pose da gangster e didascalie insulse (per cui “tutto passa”). Ignari del tempo perso in carcere e delle lacrime versate dalle madri, delle vittime quanto dei carnefici. Ammaliati da ideali di gloria e malavita. «E quale gloria? […] Pecché ‘o ‘ssapite, no? Si fosse bella vita, ‘nun ‘se chiamasse malavita».
Un monologo scaturito da una lucidità rabbiosa – sembrerebbe un ossimoro, ma è proprio quella rabbia a renderla sincera. Nato da una situazione vissuta ogni giorno per le vie di Miano, quartiere d’origine di Signoriello.
Gianluigi, come nasce l’idea per questo corto?
Viene dagli ultimi eventi di cronaca nera, non solo a Napoli ma anche in Sicilia. Proprio nel mio quartiere, qualche settimana fa, moriva Lorenzo Spasiano. Sono cose che carico dentro di me, e a un certo punto esplodo. E se gli eventi non fanno rumore, se nessuno ne parla, sembra non sia successo nulla. Invece la mediaticità non fa bene alla camorra. Io intendevo fare bordello.
Dopo una giornata di lavoro mi metto in macchina per tornare a casa. Nel frattempo penso a girare, ai miei corti e, mentre ascolto Bitter Sweet Symphony, vedo già le immagini. Corro a casa per non perderle. Lo dico prima a mio fratello, poi all’attore (Luigi Cardone, ndr); accetta a occhi chiusi. Stessa cosa i ragazzi di 56K Productions.
In un paio d’ore butto giù il monologo. Infine, arriva Il mondo di Jimmy Fontana: sentendo il brano, avevamo la pelle d’oca. Durante le prove ero abbastanza tranquillo, anche se ho avuto molte idee sul come girarlo. Ma giuro che non è direttamente inspirato da Scorsese!
Ho avuto messaggi di stima da persone che hanno subito passivamente queste cose. Tante persone che si sono riviste. Addirittura, su TikTok, una madre ha usato l’audio del corto in un video sulla morte del figlio. Spesso ci penso: come fai a vivere con la consapevolezza di aver buttato trent’anni della tua vita così? Perché qualcuno ti ha guardato male? In confronto alle galassie, alla vastità dell’universo non è niente.
Scrivere di getto rende quel che vuoi raccontare più vero; a maggior ragione se scrivi in napoletano. Il tuo approccio è quasi viscerale: non si tratta di volgarità gratuita, ma rabbiosa.
Riesco a percepire quando qualcosa che scrivo di getto ha senso, funziona. Sono una persona abbastanza insicura. Nel mondo dei social deve essere tutto perfetto, non puoi sbagliare. Quindi prima di scrivere ci penso mille volte, mi faccio mille problemi… poi però me ne frego.
Nel corto sembra trasparire un ripudio per un certo tipo di modelli, di cinema e serialità oggi in voga.
Se c’è un ripudio, è rispetto ai modelli culturali. Non credo in una problematica di contesto nel cinema inteso come “commerciale”, soprattutto nel crime napoletano. Conosco queste situazioni, conosco persone che hanno fatto parte della camorra. E non prendono come riferimento Gomorra, anzi; quando guardano queste serie, pensano: «Che strunzata». Non c’è nulla di vero, è intrattenimento. Quindi, personalmente, non ritengo quel modello un danno.
È troppo facile dare la colpa al cinema. Non è un film che ti porta alla malavita. C’è tanto altro: l’abbandono scolastico, l’assenza delle istituzioni. Io stesso, fin da bambino, sono cresciuto nella violenza dei media; giocavo a GTA, eppure non ho mai sognato di diventare camorrista. Avevo altri riferimenti. La società ci bombarda con il materialismo: i soldi, il potere, il lusso. Sono modelli irrealistici. E come fai a raggiungerli? Con la criminalità.
Cosa le piacerebbe vedere di diverso in sala, in tv e su internet oggi?
Se apri Instagram o TikTok, vengono spacciati “modelli di verità”. Io intendo mostrare proprio la verità attraverso la macchina da presa, senza interessarmi delle regole cinematografiche. Adoro il neorealismo, dovrebbe essere quello l’obiettivo da perseguire.
E se non le mostro io che le conosco, queste storie, chi lo deve fare? Il regista di Roma attratto dal grigiume della periferia, dei palazzi e dal fascino della criminalità? Dovremmo toccare una nuova verità. Pur non piacendomi, riconosco che Geolier ci riesce – altrimenti i ragazzi non lo ascolterebbero. Non si può negare.
Anche il nuovo rap – cioè il pop – vende dei modelli, ideali di “vera ricchezza” a cui aspirare.
Vendono un modello di ricchezza, anche molto patriarcale. Questo però non mi interessa, il rap è denuncia, o perlomeno lo era prima; ora è diventato altro. Ma l’ultimo Geolier mi sembra stia tornando a parlare di verità. Io non conosco bene la sua carriera, ma c’ero quando ha cominciato; Mianella è qua dietro. Certo, ha iniziato raccontando il lusso, ma anche lì c’era del vero: P’ Secondigliano parlava dei ragazzi che scendevano per il corso di Secondigliano a mostrarsi con la macchina potente e l’orologio, io me li ricordo.
Poi comunque sta vendendo un modello. Non sta a me giudicare. Per i giovani può essere un po’ rischioso, ma non so se la musica possa influenzare negativamente i giovani. Il problema è alla radice: i riferimenti partono dalla famiglia, dai genitori.
A questo punto sorge un dubbio. Quando si realizza un’opera, bisogna tenere conto della differenza tra chi non si lascia “abbindolare” e filtra il vero rispetto a chi, invece, si fa prendere da certi modelli messi in scena?
Sicuramente c’è chi si fa prendere. Ma io ti sto facendo vedere qualcosa nel modo in cui io lo voglio raccontare. Non sono responsabile del fatto che tu venga ammaliato. Complice è anche l’effetto della sala: posso solo immaginare cos’è significato vedere Quei Bravi Ragazzi al cinema la prima volta.
Io però, da Scorsese, non mi prendo l’atteggiamento camorristico; mi prendo il piano sequenza o il voiceover. Non sono dei modelli educativi. Il malavitoso lo tenevo abbasc ‘o palazz; se avessi voluto farmi ammaliare, mi sarei fatto conquistare da lui. Credo che l’unico regista in grado a raccontare la camorra così com’è, nella sua crudezza, trasmettendo l’autenticità del racconto, sia Garrone.
Luigi Cardone, il protagonista del corto, rabbiosamente dice: «Vuleve veré ‘stu munno ‘e merda ‘ca mureva ‘cu l’uocchie mie». Crede che il mondo stia davvero morendo? Cosa possiamo fare attivamente per tentare di salvarlo? O forse, quel sistema che ci sta opprimendo bisognerebbe «fotterlo senza farsi fottere»?
Sono un pessimista. Quindi sì, credo che il mondo stia morendo. La responsabilità è dei ricchi: finché non peserà su di loro, peserà sulle spalle del popolo. Vorrei avere la possibilità di guardare questo “grande spettacolo” con i miei occhi, piuttosto che morire per mano di qualcuno che m’ha guardato stuorto. Non ho scelto io di nascere, ma non scegli tu di uccidermi.
Mi piacerebbe fottere il sistema, quanto adorerei fottere il sistema, ma ci fotte lui ogni giorno. Mi dispiace ma è così. L’unica cosa che possiamo fare è lasciare un segno. È questa la mia filosofia di vita. Io non posso cambiare il mondo, non posso cambiare niente. Però, il rumore, ’o putimme fà.
Ha 32 anni. Sente addosso quella data di scadenza di cui parla? Ha già trovato il suo senso o é ancora alla ricerca?
Se guardo alla vita, la vedo come un’esperienza. Ripeto: non ho scelto di venire al mondo, ma vorrei scegliere come andarmene. La morte è stata ed è tuttora molto presente nella mia vita, ho visto mia madre e mio zio morire. È un trauma così forte che non posso smettere di pensarci. In tutti i miei corti c’è almeno una morte.
Non ho trovato un senso. Se proprio dovessi trovarlo, sarebbe vivere di regia. Ma la vita ti mette davanti alla realtà dei fatti. Non sono un borghese; non ho un B&B che mi fa campare di rendita. E siccome “senza soldi non si cantano messe” faccio il cameriere e il rider. Se avessi i soldi, però, indagherei tante dinamiche antropologiche. Più un regista s’immerge in certe esperienze, più i suoi racconti sono autentici.
Ha già raccontato vicende simili nelle sue opere precedenti, come in ’O rione. A questi si aggiunge una lunga esperienza teatrale: negli ultimi tempi ’O Scasso e anche il “suo” Riders. Cos’è cambiato rispetto al passato? Sia in termini tecnici, sia per quanto riguarda la sua voce artistica.
Io nasco attore e voglio continuare a esserlo. Ma non ho mai avuto grandi possibilità; forse perché, semplicemente, non sono tanto bravo. È il pubblico che lo decide. D’altro canto, un riscontro l’ho avuto con la regia. In tutti i provini che ho fatto, ho portato al regista la mia visione. Spesso la mia e la sua non coincidevano. Questo mi ha portato a trovare una messa in scena mia.
Quando poi ho incontrato Annalisa D’Amato, una regista che stimo e a cui voglio molto bene, le ho fatto vedere dei miei corti girati e montati col cellulare. Quando ho iniziato a montare mi si è aperto un mondo. Lei mi ha sempre detto: «tu devi fare il regista». Ma la mia insicurezza controbatteva: «che vuoi fare tu, che tieni la terza media?». Infine ho capito: se devo morire, voglio morire senza rimpianti. Voglio fallire come dico io.
Tra il 2022 e il 2023 inizio a pensare a ‘O rione. Erano dieci anni che questo progetto bolliva dentro di me. Avevo visto Taxi Driver e pensavo a quanto fosse ancora attuale. Quando c’era un regolamento di conti tra bande, per strada o dal salumiere sentivo le persone dire: «ma manco li uccidono?». E così ho deciso di raccontare la storia di un giovane con problemi mentali – forse il mio alter ego! Ma la sua violenza genera soltanto altra violenza.
Oggi non posso proprio dire «sono un regista», però voglio provare ad esserlo. Per questo devo ringraziare mio zio. È grazie a lui se ho visto di tutto a qualsiasi età. Mi ha bombardato di cinema: ho visto I guerrieri della notte, Brutti, sporchi e cattivi a otto anni (e non credo che un bambino di otto anni debba vederlo!). Ma anche tanto cinema comico, come Stanlio e Ollio. Mi avrebbe fatto molto piacere fargli vedere un mio corto.

Ivan Signoriello in ’O rione.
C’è sempre tanta bella musica nei suoi corti; in questo caso, Il mondo di Jimmy Fontana. Ma l’universo musicale che la contraddistingue è eterogeneo: passa dal neomelodico agli anni Sessanta e Ottanta in un taglio di montaggio. Qual è il suo rapporto con lei e come intende i brani che utilizza al servizio della sua regia?
Anche per questo mio zio è stata una grande influenza. Mi lascio spesso inspirare dalla musica. La musica è regia, genera immagini. Quando scrivo, ho sempre in mente dei brani: penso a Marvin Gaye, i Beatles, gli Abba. Anche Nino D’Angelo o Mario Merola. Molti ripudiano quella musica, quel cinema; io ci sono cresciuto, non me ne vergogno assolutamente. Erano di serie B, ma alla gente piaceva.
Venendo da un contesto popolare, ho sentito i neomelodici per strada, anche quelli più “pesanti”. Poi però tornavo a casa e mio zio faceva partire Video Killed The Radio Star. La musica eleva le immagini. Senza, il cinema perderebbe il 50% della sua forza; non a caso, quando il cinema era muto c’era l’accompagnamento. E a sua volta la musica ha bisogno del cinema.
Ovviamente, in questi casi social, usufruisco dei brani senza diritti. Ho fottuto il sistema alzando il pitch, così l’algoritmo non riconosce il brano. Lo trovo un gran limite, nel cinema, non poter usare la musica che si vuole. Come se noi ci guadagnassimo qualcosa – io pubblico solo il video. La viralità fa tornare pezzi in auge. Quante volte, delle serie, fanno riscoprire dei brani alle nuove generazioni?
Idee e progetti per il futuro?
Se avessi la possibilità di debuttare con un lungometraggio, farei un film sui rider. Raccontare quel mondo da dentro, mostrare la nostra quotidianità. In più ho già scritto un altro monologo, sulla Palestina. Vorrei sfruttare il momento per dar voce ad un argomento molto più grande di me.
Molte persone non ci arrivano, ma io vorrei dirgli: «oggi a loro, ma domani a noi». Se il cinema serve anche a smuovere la coscienza delle persone, va fatto. Non voglio fare Avengers; voglio costringere le persone a dire: «e anche oggi song’ ’na lota». Quando tratti questioni del genere, si può anche pensare facilmente al guadagno.
Percepisco la paura dei produttori nel gettarsi in tematiche simili. Conta poco che il film vada bene ai festival se lo vediamo solo noi. Io intendevo raggiungere coloro che sono finiti in carcere in situazioni simili, col telefono nascosto sotto il cuscino. I social, da questo punto di vista, sono un mezzo potente.
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