“Good Boy” di Jan Komasa: il paradosso della redenzione

Editoriale

Luglio 27, 2026

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Il film protagonista della prima giornata della Rassegna Cinematografica Internazionale di Messina

Good Boy (2025), noto anche con il titolo Heel, è un film del regista polacco Jan Komasa il quale è stato ospite della giornata inaugurale della Rassegna Cinematografica Internazionale di Messina, un evento di grande importanza storica e culturale per la città riproposto dopo quasi 30 anni dall’ultima edizione. Komasa è già noto al pubblico per il suo film Corpus Christi, con il quale ha ottenuto una candidatura ai premi Oscar 2020 per la categoria miglior film in lingua straniera.

Presentato per la prima volta in Sicilia, il thriller psicologico del regista mostra il confine sottile tra la libertà personale, il controllo e una redenzione ottenuta tramite la coercizione a opera di una famiglia su Tommy (Anson Boon), un ragazzo dall’animo ribelle e violento che per “guarire” subisce lo stesso male, lo stesso dolore che lui infligge a sé stesso e agli altri.

Good Boy, Jan Komasa

Jan Komasa. Courtesy of Giuseppe Contarini photostudio

La trama

Tommy è un diciannovenne inglese che vive quasi esclusivamente di notte, tra sesso, droga e violenza. È immerso costantemente in una spirale fatta di caos, ribellione fine a sé stessa e di una sadica esibizione virtuale di un mondo giovanile capovolto. Profondamente distante dalla bontà e incline a un carattere maligno, è ripetutamente impunito nonostante l’evidenza di numerosi atti di bullismo gratuito, truffa, derisione e crudeltà di varia natura inflitta contro tutto e tutti, senza alcuna distinzione di sorta. Accade però che Tommy si risveglia in una cantina, incatenato, e senza alcuna possibilità di fuggire.

È “prigioniero” di una famiglia capeggiata da Christopher (Stephen Graham), la moglie Kathryn (Andrea Riseborough) e il figlio piccolo Jonathan (Kit Rakusen). Christopher sottopone Tommy a un violento e perverso processo di riabilitazione. Nel tentativo di trovare una via d’uscita, il ragazzo si scontra con metodi di manipolazione e con i fantasmi di una famiglia che vive nell’ipocrisia.

Good Boy

I mille volti di un’identità indefinita

Komasa racconta un dramma familiare senza filtri in maniera del tutto originale, adottando una prospettiva che consente allo spettatore di indagare, scena dopo scena, sulle reali ragioni dietro un metodo coercitivo di rieducazione, dal momento che la famiglia vive all’ombra di numerosi misteri. In virtù di ciò, l’ambiguità dei personaggi cambia spesso volto e non è del tutto chiaro quale sia il movente dietro la prigionia, né quale sia la loro vera identità.

Komasa insiste su questo aspetto proprio per indagare sul senso di colpa, celato da diversi atteggiamenti violenti e voyeuristici e da un amore che si fa rifugio e prigione, controllo e possesso: tutti elementi di una poetica volta a rappresentare l’ipocrisia e il paradosso di una famiglia corrotta che cerca fuggire dal dolore e dalla propria identità sfogandosi su altro, e altri.

Good Boy

Una violenza insaziabile che guardiamo passivamente

In una scena di Good Boy, Kathryn parafrasa una citazione dello scrittore Aldous Huxley, domandando a Tommy se sia «meglio un beato torpore o affrontare la sobria realtà».

Conviene di più anestetizzare la rabbia e il dolore con la violenza o forse dovremmo mettere a fuoco il disagio di una società che non fa nulla per “proteggere” i più giovani e, dunque, proporre delle soluzioni concrete? Qui risiede la vera forza del film, dove Komasa guarda in faccia i problemi della società contemporanea, demolendo pezzo dopo pezzo i codici morali della famiglia e della rieducazione violenta.

 

 

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