La distruzione del “Classico”
Se la prima puntata di questa rubrica ha analizzato come Lost abbia ridefinito la grammatica della “mystery box” e della serialità televisiva globale, Attack on Titan (Shingeki no Kyojin) ne rappresenta il corrispettivo ideale nell’ambito dell’animazione del XXI secolo.
Nato dalla mente e dalla matita di Hajime Isayama nel 2009 e trasposto sullo schermo prima da Wit Studio e poi da MAPPA, Attack on Titan non è stato soltanto un fenomeno di costume di proporzioni planetarie. La sua reale importanza risiede nell’aver scardinato per sempre i confini culturali tra l’animazione giapponese e la cultura pop mainstream, lasciandoci un’eredità narrativa, stilistica e politica con cui l’intera industria dei media si sta ancora confrontando.
Analizziamo il suo retaggio attraverso alcune direttrici fondamentali.
La rottura del ghetto culturale: l’anime come evento globale
Per decenni, la percezione dell’animazione seriale giapponese nell’Occidente non di nicchia è rimasta incasellata in due grandi categorie: da un lato, l’animazione d’autore per le sale cinematografiche (rappresentata in primis dal catalogo dello Studio Ghibli); dall’altro, i grandi shōnen da palinsesto pomeridiano (Dragon Ball, Naruto, One Piece…), caratterizzati da una narrazione episodica dilatata e da target anagrafici spesso molto giovani.
Attack on Titan ha distrutto questo paradigma, a cominciare da tre elementi fondanti:
- Una regia rivoluzionaria. Sotto la guida di Tetsurō Araki nei primi anni, la serie ha introdotto un dinamismo visivo mai visto sul piccolo schermo. L’uso del Dispositivo di Manovra Tridimensionale è diventato un saggio di regia spaziale: la cinepresa virtuale si muove e ruota a rotta di collo tra gli alberi e i palazzi, creando un senso di vertigine e realismo fisico del tutto inedito.
- La costruzione della colonna sonora. Il lavoro di Hiroyuki Sawano (e successivamente di Kohta Yamamoto) ha unito musica orchestrale, cori lirici, rock sintetico e testi in tedesco e inglese, creando un’atmosfera sacrale, angosciante ed epica che ha definito la sound identity delle grandi produzioni a venire.
- L’impatto sociologico. È stata la prima serie anime dell’era dei social network a generare lo stesso livello di dibattito settimanale, teorie dei fan e risonanza mediatica riservati tradizionalmente ai colossi della Peak TV occidentale, come Game of Thrones o Breaking Bad. Ha dimostrato che l’animazione seriale non è un genere, ma un mezzo espressivo a tutti gli effetti, in grado di catalizzare l’attenzione della critica globale.
La decostruzione del mito eroico e il ribaltamento prospettico
L’incipit della storia si presenta con le premesse di un classico dark fantasy di sopravvivenza: l’umanità residua, confinata all’interno di tre imponenti mura concentriche (Maria, Rose e Sina), combatte per evitare l’estinzione contro mostri antropomorfi privi di intelletto che la divorano. È una dicotomia elementare e confortante: da una parte l’Uomo (l’innocente), dall’altra il Gigante (il mostro).
La grandezza dell’opera risiede nel modo chirurgico con cui Isayama destruttura questa illusione manichea. Con il prosieguo della trama, il confine morale tra vittime e carnefici non solo sfuma, ma si ribalta del tutto. I “mostri” perdono la loro natura fantastica e rivelano un’origine spaventosamente umana, tragica e dolente. L’attenzione della narrazione si sposta progressivamente dall’orrore fantastico alla pura geopolitica: propaganda di Stato, segregazione razziale, nazionalismo, revisionismo storico e odio intergenerazionale. L’isola di Paradis e il continente di Marley diventano il teatro di un dramma universale sulla natura ciclica della violenza: la serie ci dimostra come i traumi storici non elaborati generino mostri reali, e come le vittime di ieri possano trasformarsi, attraverso il risentimento e la paura, nei persecutori spietati di oggi.

La parabola di Eren Jaeger e il fascismo della disperazione
Se nelle classiche storie di formazione (dall’epica cavalleresca fino alla maggior parte dei franchise occidentali e orientali) il protagonista impara a dominare la propria rabbia per incanalarla verso un bene superiore, la parabola di Eren Jaeger prende una piega sovversiva e profondamente tragica. Eren parte come il prototipo dell’eroe guidato da un desiderio viscerale e assolutista di “libertà”. Ma cosa succede quando questo desiderio non incontra il perdono, bensì la scoperta che il mondo intero desidera il tuo sterminio semplicemente per ciò che sei?

Attack on Titan compie una delle operazioni narrative più audaci della televisione moderna: costringe lo spettatore a vivere in prima persona la disumanizzazione del proprio beniamino. Eren non cede al male per egoismo, ma si radicalizza attraverso il trauma. La sua trasformazione nella serie è uno studio spietato e brillantemente scritto sui meccanismi del radicalismo e sul fascismo della disperazione: quando un popolo si sente messo all’angolo ed esposto all’annientamento, l’unica soluzione morale percepita diventa la distruzione totale dell’altro.
La “mystery box” perfetta: il trionfo della pianificazione narrativa
Ricollegandoci al confronto con Lost, molte produzioni seriali basate su un grande mistero centrale soffrono spesso di una scrittura estemporanea: l’accumulo di domande finisce per superare la capacità degli autori di fornire risposte soddisfacenti e coerenti. Isayama ha invece dimostrato una pianificazione geometrica, quasi maniacale. Lo scantinato di Casa Jaeger, l’equivalente della botola di Lost, il MacGuffin attorno a cui ruotano le prime tre stagioni, mantenendo la promessa non solo non delude, ma cambia radicalmente il genere dell’opera.
In un singolo momento di svolta, Attack on Titan passa dall’essere uno sci-fi/horror distopico all’essere un dramma storico-geopolitico d’inizio Novecento. Riguardare i primi episodi alla luce delle rivelazioni sul finale di terza e quarta stagione è un’esperienza illuminante: ogni dettaglio, ogni inquadratura, persino le battute apparentemente secondarie di personaggi minori o le immagini dei titoli di coda erano tessere di un puzzle già interamente concepito.
Conclusioni: cosa resta del Boato?
L’eredità di Attack on Titan non risiede solo nei numeri da record o nell’impatto sui social media. Ci lascia la consapevolezza che il pubblico globale è ormai adulto e pronto per narrazioni prive di soluzioni morali facili, risposte consolatorie o “lieti fini” hollywoodiani. L’opera di Isayama ha ricordato all’industria dell’intrattenimento che la narrazione di genere (che sia fantasy, fantascienza o animazione) ha il dovere e la capacità di specchiarsi nei lati più oscuri della nostra storia e della natura umana. E che, alla fine di tutto, l’inferno non è mai popolato da mostri giganteschi, ma dagli uomini stessi.
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