Un inaspettato whodunit tra il dolore della memoria, cancel culture e… pecore.
È una storia ventennale, quella che porta Craig Mazin a firmare Pecore sotto copertura. Nel 2007 scopre il giallo Glennkill (Three Bags Full: A Sheep Detective Story, 2005) di Leonie Swann. Un pizzico di follia in un romanzo dai toni apparentemente dolci; rimane «incantato da quanto intelligente, toccante e filosofico fosse». Dopo dieci anni, lo sceneggiatore riesce finalmente a ottenerne i diritti. Viene da Scary Movie 3, Superhero Movie (sì, quello con Drake Bell) e gli ultimi due Una notte da leoni. Nel frattempo si dedica al dramma, scrivendo le serie HBO Chernobyl (2019) e The Last of Us (2023).
Passerà un altro decennio prima che lo script venga prodotto, sulla scia del nuovo filone investigativo (in primis Knives Out). Alla guida c’è l’esperto Kyle Balda (Lorax – Il guardiano della foresta, 2012, e i primi due spinoff sui Minions). Dietro l’aspetto da film per famiglie, il risultato è… tutt’altro che pecoreccio! Difatti, il racconto rivela una notevole profondità sotto il manto di lana, tramite una regia attenta e una scrittura brillante. Il cast corale capitanato da Hugh Jackman, Nicholas Braun e Molly Gordon è supportato da voci di prim’ordine (Julia Louis-Dreyfus, Bryan Cranston, Patrick Stewart, Bella Ramsey).
George, pastore immerso nella solitudine della campagna inglese a pochi passi dalla società, dedica anima e corpo al suo gregge. Gli dà da mangiare, lo cura dall’orf (con una medicina da lui inventata) e ogni sera gli legge gialli. Le pecore, ognuna col proprio nome, sono facilmente distinguibili. Lily è l’intelligente, Mopple il saggio (che non dimentica), Sebastian il solitario e così via. Una mattina, però, il corpo di George riversa senza vita tra i fili d’erba. Tutto sembra puntare a un omicidio, eppure concittadini e polizia non aiutano. Sta agli ovini scoprire chi ha assassinato il loro pastore.

Hugh Jackman e il suo gregge in “Pecore sotto copertura” (2026)
Sarebbe tuttavia riduttivo definirlo soltanto “un giallo”. Certo, come nei migliori whodunit si lascia allo spettatore il gusto di analizzare ogni dettaglio e fare le proprie ipotesi, per poi sconvolgerle sul finale. Ma il caso è il pretesto perfetto per uno studio dei caratteri e delle vicende, a partire dai protagonisti – sia a due sia a quattro zampe. La contagiosa curiosità infantile di Zora tocca quesiti universali. La vanità di Nuvola (Regina Hall) cela la sua insicurezza. La saggezza senile di Sir Richfield è direttamente proporzionale alla sua impulsività e testardaggine – sentire Patrick Stewart gridare «murderer!» con profonda indignazione è esilarante!
Gran spazio è occupato dai sentimenti, da una riflessività anestetizzata attraverso il trauma rimosso. Mopple si fa portatore di una memoria storica dolorosa quanto necessaria; al contrario il gregge – anche Lily, la più perspicace – preferisce dimenticare in una dinamica non tanto lontana dalla cancel culture, che ammanta il significato della morte nell’oblio, in un aldilà sospeso “tra le nuvole”. In tal senso interviene il peso del ricordo, condanna da cui scaturisce la nostalgia – non c’è l’una senza l’altra. Non a caso, nel corso della storia, ci sono fugaci passaggi che (a proposito di Odissea) richiamano l’Ade. Perché «è la nostra memoria che mantiene vivo il ricordo di chi amiamo».
Dal lato degli umani, invece di addormentarsi contando le pecore, lo sbadato poliziotto Tim “si sveglia” – dunque leggere rende detective. Elliot è lo sconosciuto a caccia di fortuna; Rebecca un’indiziata capitata nel luogo giusto al momento giusto. Vari “loner” si aggirano nei pressi di Denbrook: se George e Sebastian sono quelli più evidenti, la giovane Hardy e soprattutto il piccolo agnellino d’inverno sono vittime della solitudine, di una diffidenza che ostracizza il diverso senza una reale motivazione. In fondo, superato lo scoglio del pregiudizio, facciamo tutti parte dello stesso gregge.
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