L’invasione degli astici di Philip Colbert a Pompei
Passeggiare tra i cardi e i decumani dell’antica Pompei significa solitamente compiere un viaggio indietro nel tempo di duemila anni. Oggi, però, a stagliarsi contro i resti del Foro o tra i colonnati delle domus non ci sono solo le vestigia romane, ma anche gigantesche sculture in acciaio e bronzo dalle forme eccentriche ed esuberanti: le iconiche aragoste di Philip Colbert.
La mostra Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology rappresenta un evento espositivo unico nel suo genere, sia per le dimensioni dell’intervento sia per il dialogo audace tra archeologia e arte iper-contemporanea. Oltre trenta sculture monumentali firmate dall’artista scozzese trasformano l’antico sito romano e la Grande Pompei in un cortocircuito temporale tra antichità, cultura di massa e ironia contemporanea.
Chi è Philip Colbert, il figlioccio di Andy Warhol
Nato in Scozia e di base a Londra, Philip Colbert è tra i protagonisti più acclamati della Pop Art internazionale. Spesso definito dalla critica come l’erede spirituale di Andy Warhol, Colbert ha fondato il suo intero universo visivo su un alter ego surreale: The Lobster, un astice cartoon diventato una vera e propria icona della cultura pop globale. Attraverso questo personaggio, Colbert reinterpreta la storia dell’arte, fondendo riferimenti ai grandi maestri (da Picasso a Dalí) con i simboli dell’era digitale, dei social media e del consumo di massa. L’astice, del resto, ha una lunga tradizione nella storia dell’arte, dal concetto di vanitas nella pittura fiamminga del Seicento fino all’ossessione surrealista di Salvador Dalí. A Pompei, l’ispirazione affonda le radici persino nel celebre mosaico della Casa del Fauno, che raffigura una lotta marina tra un polpo e un’aragosta.

La mostra: Pop Mythology e il progetto per la Grande Pompei
Curata da Cesare Biasini Selvaggi e organizzata da Il Cigno Arte in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, Pop Mythology mette in campo trenta sculture monumentali. Non si tratta di un semplice allestimento calato dall’alto, ma di una mostra diffusa che abbraccia l’intero territorio della cosiddetta Grande Pompei.

Le opere dialogano per la prima volta direttamente con le domus e i monumenti del parco principale, il sito degli Scavi di Pompei. Ma l’itinerario si estende anche alle splendide Villa Oplontis a Torre Annunziata, Villa Arianna e Villa San Marco a Castellammare di Stabia, al sito di Boscoreale, al Real Polverificio Borbonico tra Pompei e Scafati, e al sito protostorico di Longola a Poggiomarino.
Un dettaglio dal forte valore simbolico riguarda proprio Longola: la scultura collocata in questo sito rappresenta un omaggio dell’artista a un territorio colpito di recente da un incendio doloso, trasformando l’arte in un segnale di rinascita e rigenerazione comunitaria. E tra tutte le opere esposte figurano, tra l’altro, anche dodici lavori inediti e una serie di sculture in acciaio nero ribattezzate reliquie mitologiche del futuro, che raffigurano guerrieri robotici in un’immaginaria archeologia di domani.
Perché questa mostra funziona (e farà discutere)
Accostare la Pop Art patinata e coloratissima a uno dei luoghi sacri dell’archeologia mondiale potrebbe sembrare un azzardo. In realtà, l’operazione di Colbert riesce a toccare una corda profonda: la natura stessa del mito.
Così come i romani celebravano i propri dei e le proprie storie attraverso affreschi e statue decorative, oggi la società contemporanea attribuisce valore mitico a icone visive immediate e virali. L’astice di Colbert non dissacra il passato, ma ne riattiva la memoria, ricordandoci che la storia dell’arte è una catena ininterrotta di narrazioni, simboli e stratificazioni.
L’accesso all’esposizione è compreso nel biglietto d’ingresso ai singoli siti del Parco Archeologico, dal 27 luglio a fine novembre 2026.
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