Cento anni di Antoni Gaudí: dalla Sagrada Família al Barça

Editoriale

Agosto 3, 2026

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Il genio catalano continua a ispirare architettura, design e persino il calcio

Di Anita Visciano

 

Barcellona, 7 giugno 1926. Un tram travolge un uomo anziano e trasandato, scambiato per un mendicante. Muore tre giorni dopo, in un ospedale per i meno abbienti, quasi ignorato dalla città che aveva contribuito a reinventare. Quell’uomo è Antoni Gaudí, e cento anni dopo la sua morte il mondo intero ne celebra l’eredità: dalle guglie della Sagrada Família, appena coronata dalla sua torre più alta, fino alle maglie da calcio del FC Barcelona, che nella prossima stagione porteranno il suo nome cucito addosso, letteralmente, in un font che si chiama Modernista.

 

Chi era Gaudí e perché non ha mai smesso di essere attuale

 

Nato a Reus il 25 giugno 1852, Antoni Gaudí i Cornet è considerato il massimo esponente del modernismo catalano, la declinazione iberica dell’Art Nouveau, capace però di distinguersene per libertà formale e tensione spirituale del tutto originali. Ridurlo a una semplice corrente stilistica, però, sarebbe un errore: Gaudí non si è limitato a progettare edifici, ha ripensato da capo il rapporto tra architettura, materia e natura.

Formatosi come architetto a Barcellona, trovò in Eusebi Güell, ricco industriale e mecenate, il committente ideale per alcune delle sue opere più audaci, dal Park Güell al Palau Güell, dalla cripta della Colònia Güell fino, naturalmente, alla Sagrada Família, cantiere avviato nel 1882 e mai interrotto, nemmeno durante la guerra civile spagnola: l’opera alla quale l’architetto dedicò gli ultimi quindici anni della sua vita, arrivando persino ad abitarci all’interno.

Antoni Gaudì

© Expiatory Temple of the Sagrada Família

 

Una grammatica presa in prestito dalla natura

 

Il linguaggio di Gaudí nasce da un’osservazione instancabile del mondo naturale. Le colonne inclinate della Sagrada Família imitano il tronco degli alberi, le volte iperboloidi richiamano canne intrecciate, le facciate somigliano a scogliere erose dal tempo. Per calcolare le sue strutture, Gaudí utilizzava modelli di catenarie appese e rovesciate, raggiungendo soluzioni statiche sorprendentemente moderne con metodi quasi artigianali. A lui si deve anche il trencadís, la tecnica del mosaico costruito con frammenti di ceramica di scarto, oggi tra i simboli più riconoscibili di Barcellona, insieme alle superfici ondulate di Casa Milà e ai balconi simili a maschere di Casa Batlló.

Una torre per il centenario

Il 2026 non è un anno qualunque per l’eredità gaudiniana. Il 20 febbraio, a Barcellona, è stato issato l’ultimo elemento della grande croce che corona la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Família con i suoi 172,5 metri: un traguardo che segna il completamento delle sole opere esterne della torre centrale, la sesta e ultima delle grandi torri del complesso.

La data scelta per l’inaugurazione ufficiale non è casuale: il 10 giugno 2026, centenario esatto della morte di Gaudí, papa Leone XIV ha presieduto la benedizione della torre nell’ambito di una messa solenne, prima visita di un pontefice a Barcellona in quindici anni. Attenzione però a non dichiarare conclusa l’intera opera: la facciata della Gloria, ingresso principale immaginato da Gaudí come immagine dell’ascensione al cielo, resta ancora da costruire, insieme alla grande scalinata d’accesso, e non è attesa prima del 2034.

Non stupisce che un cantiere aperto da quasi centocinquant’anni sia entrato, fin dal 2005, nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco insieme ad altre opere di Gaudí: l’incompiutezza, qui, è parte del racconto.

Quando il calcio incontra Gaudí

L’eredità di Gaudí, del resto, non si misura solo in metri di pietra. Nell’estate del 2026 il FC Barcelona ha presentato la nuova maglia per la stagione 2026/27 con un evento al MACBA, il museo d’arte contemporanea della città, trasformando il lancio in una vera performance culturale. L’elemento più significativo non è il tessuto, ma la grafica: debutta il font «FC Barcelona Modernista», pensato per le competizioni europee e ispirato esplicitamente al modernismo catalano e all’eredità di Antoni Gaudí, con forme slanciate che richiamano l’architettura organica del maestro.

Non è un episodio isolato: anche alcune maglie celebrative del club hanno attinto in passato ai mosaici del Park Güell come repertorio decorativo. Il calcio, linguaggio popolare per eccellenza, si appropria così di un codice visivo nato in un cantiere di chiesa, segno di quanto il vocabolario gaudiniano sia ormai patrimonio condiviso, oltre ogni confine disciplinare.

 

Un linguaggio creativo che attraversa le generazioni

 

C’è una coerenza profonda in tutto questo. Gaudí non credeva nella linea retta, che sosteneva non esistesse in natura, e forse per questo la sua eredità continua a piegarsi, a ramificarsi, a colonizzare territori che lui stesso non avrebbe immaginato. Una torre che si completa dopo un secolo di lavori, un font che finisce su una maglia sportiva indossata da milioni di persone: sono capitoli diversi della stessa storia, quella di un architetto che aveva capito, prima di molti altri, che la vera modernità non sta nel rompere con la natura, ma nell’osservarla, comprenderla e trasformarla in architettura.

 

 

 

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