Touch Screen: Di Desideri Nascosti e Connessioni Pericolose

Novembre 30, 2023

Rossella Amato racconta il suo ultimo lavoro letterario edito da Falzea Editore

Irriverente, controcorrente, a tratti erotico, provocatorio. Acceso, brutale, spietato. Touch Screen mette a nudo la vita dentro e fuori lo schermo. Pallino verde, on line: non si sa dove, né con chi… ma tutti connessi. Una collezione di storie innovative, a direzioni invertite, anche drammatiche, dove il tema centrale è l’incapacità di comunicare, di disconnettersi insieme alla paura di provare coinvolgimento vero, fisico ed emotivo. L’autrice, con pretesti sempre diversi e originali, ci guida dentro lo schermo, in quei luoghi dove tutti hanno qualcosa da nascondere o da cercare. Così, la vita immaginata (proibita, nascosta) scorre parallelamente a quella reale, convenzionale, familiare, scivolando via tra social, chat, post, stanze segrete, aperte e chiuse, in spazi inesistenti e fluidi. I protagonisti di Touch Screen sono pavidi, si nascondono e celano ciò che desiderano, perché concretizzare i loro desideri profondi è rischioso e richiede un’audacia e una passione di cui sono totalmente sprovvisti.

In che modo la vita immaginata e nascosta dei personaggi si intreccia con la loro vita reale, familiare e convenzionale?

I protagonisti di Touch Screen non esistono eppure potrebbe dirsi il contrario: prototipi realistici, eppur inconsistenti, emotivamente precari, perché intrappolati dentro e fuori lo schermo.
Sospesi tra ciò che fingono di essere (il Reale) e ciò che non sono stati in grado di diventare (il Virtuale). Emblematico il racconto No Time, dove Flavio, uomo in carriera, si illude di essere completo solo perché ha l’agenda fitta di impegni. A ben guardarlo però il suo cinismo non è vero distacco emotivo, cela solitudine. A Flavio manca l’amore e l’amore appare come una scossa, un burrone, un risveglio, uno squarcio nel tempo che lo salva e lo travolge insieme.

Esiste un fil rouge che lega tutti i protagonisti dei vari intrecci narrati?

Si. Assolutamente si. Credo di averlo capito a libro stampato: nei miei racconti metto a fuoco una realtà scomoda, fatta provocazione, dove l’assenza di emozione o l’incapacità di confessarle diventano malattia. Le mie voci femminili in prevalenza sono donne scavate, cadute, rotte, riparate ma non più intere. Accomunate solo dal pezzo mancante.

Quali sono le ragioni dietro la pavidità dei protagonisti nel concretizzare i loro desideri profondi, e in che modo questo elemento contribuisce alla trama complessiva?

Ho tentato di restituire una fotografia aggiornata del mondo maschile, svuotato di storiche posizioni e del mondo femminile sovraccarico di finta libertà, confusa con emancipazione che è ben altra cosa. In due parole Pavido è colui che non affronta nemmeno se stesso, ma oltrela pavidita’ vedo di più: c’è la solitudine della connessione, la decadenza del ‘sociale divenuto ‘social’, c’è la pigrizia emotiva.
L’amore (se così si può dire) ai tempi del Covid19” è un un surrogato, rimasto incastrato nello schermo, incapace di evolversi, ridotto il più delle volte ad essere un gioco a cui i protagonisti non sanno nemmeno di giocare.
In questo Touch Screen si traduce in un irriverente spietato invito ad essere sé stessi, ad avere il coraggio di mettere a nudo debolezze e tradimenti, ad essere autentici.
Svelarsi per ciò che si è (nonostante tutto ciò che si è), sarebbe la vera innovazione, un modo di “ribellarsi, disubbidire”, Michela Murgia, docet, ai tempi del Covid 19.
Un tempo buio dove l’intelligenza emotiva é diventata un disvalore e la superficialità, un vantaggio.

Si dice che “quando siamo davvero felici, siamo offline”. È d’accordo con questa affermazione?
Tendenzialmente quando siamo felici è per così poco tempo che non è possibile. L’online è un modo di tenersi impegnati mentre siamo convinti di essere infelici, o meglio alla ricerca di quello che comunemente chiamano felicità.

All’interno del suo libro ha mantenuto una certa neutralità o ha cercato di inserire un suo punto di vista sulla questione in esame?

Al riguardo, mi sento di definire la mia scrittura soggettivamente neutrale, nel senso che ho dato in prestito le mie emozioni ai protagonisti e così facendo li ho personizzati,scolpiti con quel che penso ma ho fatto in modo che non fosse restassero tracce evidenti.

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