Agli Oscar 2024 il miglior film è stata la semplicità

Editoriale

Marzo 22, 2024

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Meritocrazia come parola d’ordine

Gli Oscar, l’evento cinematografico più grande del mondo e uno dei culturali più importanti, è giunto al termine. Oppenheimer, l’ultima fatica del regista neo premiato Christopher Nolan, ha fatto il botto, portandosi dietro ben sette statuette a fronte di tredici candidature. Grande trionfo anche per Povere creature!, che ha portato Emma Stone a vincere il suo secondo Oscar dopo aver vestito i panni di Bella Baxter. Ma dietro la cerimonia di quest’anno, oltre ad un grande cinema come raramente si era visto in questi anni, si cela anche una grande speranza per il futuro.

Era da tempo ormai che l’Oscar (come altri premi), era una sorta di campagna elettorale su larga scala piuttosto che una cerimonia dove il cinema veniva premiato perché semplice cinema. Attrici, attori, registi e sceneggiatori potevano poggiare la loro statuetta in una teca non esclusivamente per meriti artistici, ma per essere soprattutto “figli del proprio tempo”. Il cosiddetto “Oscar politico”, donato per fare la bella faccia in un mare di ipocrisia come quello che si cela dietro l’impianto Hollywoodiano. Ma stavolta non è andata così.

Quest’anno (e si spera anche i prossimi), ha vinto il cinema, la meritocrazia, l’idea ben studiata per trasmettere e non per reclamare in maniera velata l’ambito premio. I due già citati film, così come Zone Of Interest, Il Ragazzo e l’Airone e Anatomia di una caduta hanno vinto perché splendide opere, con una splendida storia, e una splendida regia. Nessun movente strettamente culturale, nessuna polemica campata per aria, ma pura e semplice arte.

In Povere creature! il nudo è predominante, nonostante Hollywood sia rinomata per non riuscire ancora, nel 2024, a non considerare tabù scene di sesso esplicite. In American Fiction viene criticato proprio il nostro arco con frecce intrise di cancel culture, e nonostante ciò ha vinto il Premio per la Miglior Sceneggiatura non originale. Oppenheimer è un “semplice” biopic che non strizza l’occhio a tematiche ai più maggiormente a cuore, ma ha comunque sbancato. Insomma, come già detto, la meritocrazia ha trionfato con statuette in ogni dove.

Anche la cerimonia, nella sua sobrietà (John Cena a parte) è stata così come dovrebbe essere. Nessun eccesso, nessuno schiaffo al presentatore per una battuta nonostante si sia stati i primi a ridere per essa, nessun fronzolo. È cominciata, è proseguita, ed è terminata (anche prima del solito).

La semplicità è stata la regola. Dal modus operandi fino alla vittoria di Emma Stone che come una bambina commossa per una recita scolastica, trema, piange e farfuglia in preda all’emozione come se quel palco lei non l’avesse mai calcato. E per di più, con nonchalance, si lancia in un comico siparietto ammettendo senza problemi di aver il vestito strappato.

I discorsi sono stati anch’essi coincisi e sentiti, come quello di Robert Downey Jr. che ringrazia la sua terribile infanzia e la moglie per essere rinato e arrivato fin lì, o di Jonathan Glazer che sensibilizza sulla “disumanizzazione”, a prescindere da quale parte venga perpetuata. Tutto sembra essere stato preparato con un’attenzione e una cura certosina.

Si spera quindi che questa striscia di verità si faccia sempre più spazio tra maschere, cose fatte e non dette, e la tremenda ipocrisia che continua ad attanagliarci, e si spera anche che negli anni a venire il cinema possa rinascere ancora una volta, attraverso le opere realizzate da nuove promesse e dai grandi maestri, perché quando si tratta della settima arte l’unica cosa che conta è la qualità, la passione, e l’amore verso storie immortali che sono e saranno sempre in grado di emozionarci e farci crescere.

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