And the Oscar goes to…

Gennaio 17, 2024

La stagione dei premi: tra autori contemporanei e vecchia guardia

Negli ultimi anni quando si parla di premiazioni per il cinema, si sottolinea il fatto che solitamente il film con miglior feedback tra critica e pubblico alla fine se ne torna a casa a mani vuote. Questo perché – soprattutto in sede di Oscar – nella contemporaneità si antepongono fattori non soltanto artistici nella valutazione complessiva: l’impatto al box office, la risonanza tra le culture sociali e le mode nei social network, temi e argomenti sensibili all’opinione pubblica, alla politica ed al buon costume.

Tutto ciò ha portato negli ultimi anni anche a far vincere i premi più ambiti a pellicole non di produzione occidentale o comunque non dirette da autori occidentali e/o ad opere con una risonanza che andasse oltre le mere sfere artistiche (ciò deriva anche da una tendenza attuale dell’occidente di rinnegare o giudicare con troppa spocchia sé stesso).

Quest’anno è interessantissimo, perché al netto di quello che si è visto fino ad ora, nel momento in cui viene scritto tale editoriale, sembra che box office e fattore artistico possano essere più vicini del solito.

Oppenheimer di Christopher Nolan sembra (il condizionale è d’obbligo) che possa dominare la stagione dei premi 2024. Dopo aver già conquistato ben 5 Golden Globe – tra cui miglior film -, e dopo essere stato lautamente premiato anche alle recenti kermesse surrogate, si avvicina ai prossimi oscar del 10 marzo da più che favorito.

Uno degli autori più influenti e brillanti dell’era post-moderna, del quale l’ultima fatica è divenuta sia un fenomeno social (i lettori ricorderanno che in un editoriale precedente si analizzò per il 2023 proprio la tendenza barbenheimer), sia un successo al box office divenendo uno dei film autoriali con maggiori incassi, sia il biopic più remunerativo di sempre, e sia una delle esperienze in sala più potenti dell’ultimo decennio.

Il compagno d’avventure online Barbie (diretto da un’altra giovane regista in auge come Greta Gerwig) pare che rimanga tale, seppur gran parte della critica in primis americana si aspettava e si aspetta una buona dose di premi per quest’opera, che al momento in attesa dell’evento più glamour è quasi a bocca asciutta. Resta fortino e vetrina per grandi opere il festival di Venezia, perché l’ultimo vincitore Povere Creature (attualmente in sala in Italia) di un altro giovane eclettico come Yorgos Lanthimos sembra essere un duro antagonista, avendo vinto recentemente anche il Golden Globe come miglior film commedia o musicale. Per chiudere il cerchio con i festival, anche l’ultimo vincitore di Cannes Anatomia di una caduta di Justine Triet può ritagliarsi uno spazio importante, soprattutto nella categoria come miglior film internazionale.

Questa stagione cinematografica senz’altro è piaciuta molto ai cosiddetti puristi del cinema, perché nell’ultimo anno la vecchia guardia si è fatta sentire eccome, vecchia guardia per modo di dire, dato che sono proprio tali autori che sono stati dei pionieri, hanno fatto entrare il cinema nel post-modernismo, perché quel che si vede oggi è frutto delle sperimentazioni avanguardistiche degli Anni ’70-’80.

Martin Scorsese e Hayao Miyazaki sono i volti leggendari dell’anno. L’autore americano aspramente criticato per le tre ore e mezza di durata della sua ultima opera, inaccettabile a parere di molti sia per le caratteristiche del protagonista sia per i tempi del cinema odierno, arriva alle kermesse di premiazione con l’opera più politica, più antropologica e più critica sulla storia americana della sua filmografia. Killers of the flower moon è un film-eco per le categorie più deboli, per i vinti dimenticati dagli scritti, ed è una profonda riflessione sul male presente in maniera così sottile ed intrinseca nella natura umana.

Un film sia di manifesto, sia di congedo invece quello del maggiore autore di anime giapponesi, perché Il ragazzo e l’airone – dalle forti comunanze col cinema lynchiano – è un’opera per il mondo e sul mondo, sulle fasi di vita che ogni uomo è costretto ad attraversare nell’esistenza, oltre che ad essere un’affascinante visione delle proiezioni umane, quindi del mondo onirico e di quello immaginifico.

Se per Miyazaki appare scontata un en plein per quanto riguarda la categoria animata (pare che il consueto monopolio della Disney venga meno, dato che Wish risulta un titolo non fortissimo), per Scorsese è più dura dato che deve ed ha già avuto a che fare con la grande caratura dei nuovi autori.

Eppure la vecchia guardia non molla, la genialità di una sfilza di autori che ancora non pensano minimamente alla pensione, sta nella rara capacità di insediarsi e di consolidarsi in tutte le epoche, in ogni decennio che come si sa soprattutto nel cinema digitale comporta forme e mercati in perenne evoluzione. La forza di questi autori è quella di rinvigorire il cinema come esperienza, quindi come esperienza in primis da sala, ma anche come un cinema che dia sempre una forte valenza al contenuto, alla storia, alla caratterizzazione e non solo allo spettacolo digitalizzato, frutto di software ingegneristici che mirano alla spettacolarizzazione delle scene e alla bellezza dei colori.

Anche nei premi per il cinema, così come in tutti gli sport, ci sono gli outsider, ossia quei nomi che nei balloot non vengono considerati per ovvie ragioni tra i favoriti, ma che possono sperare di ottenere qualcosa e di infastidire i titoli mainstream. È il caso di film come Maestro di Bradley Cooper, un’opera esteticamente raffinata ed emotivamente struggente sulla vita tormentata e anti-convenzionale di un genio della musica sempre poco nominato, ossia Leonard Bernstein, e di Past Lives di Celine Song, che oltre all’ottima fattura della pellicola, vanta una caratteristica che come anticipato soprattutto all’Academy è in voga, perché è un’opera di un’autrice orientale, un cinema che oggi si è fortemente rivitalizzato e che l’occidente è tornato a guardare con occhi intrigati.

Al di là di come si concluderà la stagione dei premi, soprattutto con i prossimi Oscar, l’ultimo segmento cinematografico è stato tra i più poliedrici degli ultimi anni. Tendenze social e nuove sensibilizzazioni/modernizzazioni sull’esperienza in sala hanno portato i fruitori a vedere più film appunto in sala, e hanno predisposto anche più persone ad avvicinarsi al cinema storicamente definito autoriale, di nicchia, quindi non solo verso blockbuster o cinecomics.

premiÈ stata una stagione dove come notato sono andate in competizione vecchia e nuova guardia, il cinema di ieri che cerca di insidiarsi nel cinema di oggi, e quello di oggi che volge lo sguardo verso il domani, verso confini difficilmente immaginabili dopo che la progressiva ascesa dell’evoluzione tecnologica tout court nella società contemporanea, ha portato ad una sorta di saturazione anche nelle principali forme d’arte.

Il cinema di domani per tornare all’inizio di questo scritto e chiudere il cerchio è racchiuso in buona parte in quella che è la mission di produzione e di distribuzione che sta dietro ad un titolo come Oppenheimer, nel cinema come esperienza. Tuttavia, non è una novità, perché il cinema dagli albori è esperienza, è un momento atteso, uno stile di vita della società popolare, una forma di svago che funge da unicum. Il problema, d’altronde, è come il cinema possa essere esperienza rinnovata oggi, questo è il dilemma che assilla inconsciamente autori come Christopher Nolan, ma si potrebbero aggiungere anche David Fincher, Denis Villeneuve, Damien Chazelle, Quentin Tarantino e tanti altri.

Il cinema si può rinnovare come esperienza migliorandone i servizi e contestualizzandoli nella contemporaneità, attraverso il merchandising e i social network, susseguiti dalla visione di opere che riescano ben ad equilibrare una grandiosa potenza visiva, ed una spiccata profondità emotiva, perché il cinema come arte sintetica deve sempre mettere sulla bilancia estetica e contenuto, forma e sostanza.

È una rincorsa non facile, perché se nel ‘900 erano le persone a dover pregare il cinema di entrare in sala andando alla disperata ricerca dei soldi per accaparrarsi un biglietto, o per un posto in una posizione comoda e visivamente ottimale, oggi è la sala che deve rincorrere il pubblico per creare nuovi stimoli ad entrare nello spazio più magico che possa esistere.

Non è un caso che i Golden Globe abbiano inserito come premio anche la categoria film col miglior box office annuale (andato a Barbie), perché ciò è un tema che deve avere nuova risonanza, ossia il film che ha maggior successo in sala, proprio quella sala che può far mercato per le case cinematografiche tanto quanto le sottoscrizioni alle piattaforme on demand con le relative views.

Perché non esiste industria senza fare i conti col box office, ma non esiste industria nemmeno senza idee, nemmeno senza talento.

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