Cristina Lora è una sognatrice che scrive storie di rinascita

Editoriale

Aprile 11, 2024

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L’autrice inneggia al rispetto per la vita e svela le sofferenze riguardo l’anoressia

Cristina Lora, 55 anni, nasce in un febbraio assolato e nevoso, è una sognatrice, ma anche una donna pragmatica che fa leva sul suo lato razionale per dare forma ai propri sogni. Le sue giornate si dividono tra corse tra i boschi, un lavoro d’ufficio e righe dettate da ‘portatori di storie’ che incontra. Cristina è una ragazza che ha sofferto di anoressia e una donna forgiata dallo spirito di rinascita. Tutto ciò che è, e che sente pervade i suoi scritti.

Potrebbe menzionare le sue opere, ce ne sono alcune che preferisce?

Ho iniziato con la poesia, una poesia libera da regole e molto istintiva. La prosa è arrivata dopo e il passaggio dall’una all’altra non è mai stato così nitido, in molti sottolineano come la mia prosa spesso sfiori la lirica, e questo mi fa piacere. Penso denoti uno stile.
Tra i racconti, cito In caduta libera, l’opera attraverso la quale per la prima volta ho parlato della mia anoressia. Tra le poesie, Se avessi è un’icona di ferocia e di richiamo al rispetto per la vita. E poi, Figli di un unico blu, la mia ultima opera.

La scrittura oggi può considerarsi un lavoro o una vocazione?

Penso che per i più la scrittura sia una passione e un bisogno. Io stessa mi sono ritrovata a scrivere ciò che non riuscivo a esprimere con la voce, soprattutto quando le cose da dire toccano l’intimità più profonda. Il foglio crea una parvenza di distacco con il lettore e un avvicinamento a se stessi. Per alcuni, poi, questa passione si traduce anche in una professione, ma la passione non può mancare mai.

Ci parli della sua ultima opera?

Figli di un unico blu, il mio romanzo d’esordio, è uscito il 6 marzo per Ronzani Editore. È un romanzo corale e contemporaneo che partendo dalle differenti sofferenze dei suoi personaggi vuol condurre il lettore alla rinascita; vite che si perdono, si cercano, si ritrovano. È una storia di ottusità e pregiudizi, di violenza e di fuga, ma anche di comprensione e di solidarietà, di amore e di affetti, una storia complessa e allo stesso tempo estremamente semplice, come soltanto gli occhi blu di un bambino riescono a vederla. Figli di un unico blu è un romanzo duro, dolce, umano che ha già emozionato e commosso più di qualche lettore e che è stato premiato, come inedito, nove volte in altrettanti concorsi letterari e quasi sempre con posizioni da podio.

Quali autori l’hanno ispirata?

Ho una formazione scolastica puramente tecnica e le mie letture sono sempre state legate più al periodo contemporaneo che ai grandi classici. Amo Ungaretti, Manzoni, Calvino, Moravia, Merini; adoro Faletti, Baricco, Tuti, De Giovanni, Carofiglio, Rigoni Stern e Malagutti.

C’è un’opera in particolare che l’ha spinta a scrivere o è partita dal desiderio di creare?

I miei scritti nascono da un pressante bisogno di esternare forti emozioni, che mi arrivano spesso all’improvviso. Figli di un unico blu è frutto della mia sofferenza e di una serie di sofferenze che ho incontrato nella vita e che hanno maturato in me il desiderio di “lottare” contro il dolore provocato dall’uomo. Un ‘no’ ai pregiudizi, all’indifferenza; una sensibilizzazione all’ascolto, al conforto, alla comprensione, all’umanità. Un incentivo alla rinascita al riscatto, che deve partire da noi, vedendo anche nell’unico esile ramoscello che sporge da una parete verticale un’ancora per rialzarsi.

Quali saranno i suoi prossimi progetti?

Ho un progetto ambizioso: rendere ciascuno dei miei racconti un romanzo e vi anticipo che sto già lavorando al secondo e al terzo di essi.

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